Preparando la mia lezione di educazione linguistica per giovedì prossimo, è scattata la molla della scrittura. Tema: descrivere una situazione analoga a quella delle sfide de "I ragazzi della via Pàl".
Ho voluto provarci anch'io, visto che quei tempi si allontanano sempre di più, ma non nei ricordi, per fortuna.
per saperne di più... |
“Agosta è un colonnello!”.
Sotto qualche capello bianco, ancora riecheggia nella mia
memoria l’urlo che i giudici di gara lanciavano a squarciagola nel parco di
villa Lebrecht a San Floriano, durante le nostre lunghe estati spensierate, che
in quel lontano giorno di luglio ci vedevano in trasferta in Valpolicella con i
centri estivi del comune di Verona. Giugno nei saloni della parrocchia, luglio presso
la scuola media, agosto al mare o in montagna: quelle sì che erano Vacanze!
Davide Agosta è stato fino all’età di dieci anni, insomma
fino alla quinta elementare, uno dei miei migliori amici. Tutto il giorno
insieme: a scuola, a catechismo, in cortile, davanti alla tv (come non
ricordare la semifinale mondiale dell’82 e l’infinita passeggiata nel centro storico
di Verona dopo la vittoria al Santiago Bernabeu) e qualche rara volta si cenava
pure alla stessa tavola. Davide era il classico ragazzino snello e atletico,
bravo a giocare a calcio grazie al suo delicato tocco mancino, simpatico a
tutti, maschi e femmine (il suo caschetto tendente al biondo contribuiva non
poco a calamitare le compagne più o meno carine).
Durante le medie, finiti in classi diverse e cominciando a
coltivare distinti interessi, le nostre strade si separarono. Il centro estivo
era l’occasione per rivedersi e tornare a vivere le nostre sfide, alla fine
delle quali spesso mi ritrovavo in una valle di lacrime per il mio eterno problema
d’infanzia: accettare la sconfitta!
Quando partì l’urlo dalla collinetta in mezzo al parco,
intorno al quale oggi passo di corsa nel disperato tentativo di recuperare la
smagliante forma fisica di un tempo, la strategia fu subito ben chiara. Nella
guerra cinese ognuno disponeva di un tesserino nel quale veniva indicato il suo
grado gerarchico. Toccando il nemico si finiva nella zona franca, posta a metà
strada tra le due basi avversarie, basi nelle quali veniva custodita la
bandiera da difendere. I giudici operavano il confronto tra i due nemici e si
tenevano il tesserino del perdente, minore di grado. In caso di corrispondenza il
tesserino veniva restituito ad entrambi. Il colonnello Agosta era incappato in
un tesserino spia: da quel momento avrebbe rappresentato un obiettivo
importante. Davide militava nella squadra a me avversaria e, come l’unico
generale rimasto sull’altro fronte, sarebbe stato meglio eliminarlo mandandogli
contro una bomba. Attenzione però: il colonnello Agosta, non a caso, era sempre
accompagnato e protetto da un soldato in grado di disinnescare la bomba.
Quel grido richiamò di nuovo in me il ricordo delle mie
sfide con Davide, nelle quali troppo spesso avevo dovuto, mio malgrado, cedere.
A parte che a me era toccato l’anonimo ruolo di sergente, in grado in effetti
di sopravanzare il soldato semplice, ma anche se fossi stato una bomba avrei
girato al largo.
In cuor mio avevo sempre avuto una grande considerazione di
Davide e se la mia squadra avesse perso non ne avrei nuovamente fatto un
dramma: ormai c’ero abituato…
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