Santa Maria in Valena (Valpolicella, VR)

domenica 7 aprile 2013

SFOGLIANDO UN TRIFOGLIO

Titoli di testa: veNERDì 5 aprile 2013, in ordine di apparizione, superati brillantemente i problemi di parcheggio, si sono presentati all’ombra (non dello Scorpione!) del trifoglio, presso il Celtic Pub di via Santa Chiara a Verona, @JacopoPrisco @LucaGGi @faramir_73 @ilmojo.

Dopo il riscaldamento a base di birre e sidro, ci siamo aggiornati sul football australiano, la nuova passione che ci accomuna, che speriamo anche ci renda più atleti e meno sedentari.
Certo il tempo sfavorisce i nostri allenamenti, perciò attendiamo fiduciosi (?!) conferme dell’arrivo della primavera. A tal riguardo una doverosa citazione de “Il Corvo”


Abbiamo poi fatto il punto sul corso proposto dal Centro Audiovisivi di Verona sulla serialità televisiva: interessante e stimolante sicuramente!
E subito, non a caso abbiamo virato sulle Serie Tv on air, in particolare proponendo aggiornamenti e teorie su “Game of thrones”.
Dai telefilm ai film è solo questione di poche sillabe: e via allora con la filmografia Neil Marshall, in attesa dell’imminente uscita di altro genere di film, come quello su Hitchcock (da vedere, intanto, almeno il pilot di “Bates Motel” per non farsi mancare qualche brivido).
Ma la “regola”, o meglio il piacere, del veNERDì, per dirla con Goethe, è la divagazione, speriamo intelligente.
Perciò via con l’evento “Wrestlemania”, nonché la micro-analisi della relativa trentennale disciplina sportiva e non solo, che ha oltretutto ha favorito gli esordi giornalistici di Faramir.
In onore del Mojo e della sua Villafranca, ecco poi l’hockey su prato (con Villafranca, appunto, capitale europea) e l’hockey in linea, del quale in molti non conoscevamo l’esistenza.
Un breve riferimento alla Serie Tv “Black Mirror” ha preceduto il minuto di silenzio per la LucasArts che ha pensato di chiudere la Disney: no comment.
I pesci d’aprile di Google ci hanno ben presto rallegrato e risvegliato, come del resto l’arrivo al pub anche di Valerio.


Spazio poi a “The Dome” di Stephen King, alla riduzione televisiva in anteprima e ai racconti in genere di questo prolifico scrittore.
Il clou? Naturalmente… col Doctor Who… e il periodo delle medie! Ti ricordi di… purtroppo con qualche nota triste, visto che su questa terra siamo tutti solo di passaggio.
Meglio, perciò, tornare a fare il bilancio dei primi passi nello svizzero mondo del football australiano, rimembrando la nostra prima partita. La nostra prima volta!
A proposito di prime volte… Star Wars… in realtà Faramir ne ha visto un pezzetto con i figli…
Ma lui ha preferito parlarci delle foto di scena di Twin Peaks e delle sceneggiature di Andrew Niccol.
Lui, che è un po’ il nostro Mèntore, ci ha intrattenuto con le vicende di Dusan Davoli alias Khal Drogo

https://www.youtube.com/watch?v=9eJn9jHFrkg

Un saluto al nostro @lost_glorfindel al quale abbiamo dedicato la citazione sugli zombies e Tullio Avoledo, prima di prepararci per andarcene alla chetichella e a scaglioni, accompagnati dalla musica dei Genesis in sottofondo, ma non senza aver ancora parlato di Papa Francesco (i suoi Tweet sono disponibili anche in latino!), del Museo del Cinema presso la Mole Antonelliana di Torino, del software “Stellarium” per "cominciar a veder le stelle".

Via coi titoli di coda, ricordando che la consulenza informatica della serata è stata curata in modo particolare da Jacopo. Propongo, infine, che ogni volta il resoconto sia affidato a "una penna" diversa, per vivacizzare ancor di più la nostra allegra brigata.

lunedì 1 aprile 2013

GUERRA CINESE


Preparando la mia lezione di educazione linguistica per giovedì prossimo, è scattata la molla della scrittura. Tema: descrivere una situazione analoga a quella delle sfide de "I ragazzi della via Pàl".
Ho voluto provarci anch'io, visto che quei tempi si allontanano sempre di più, ma non nei ricordi, per fortuna.

per saperne di più...

“Agosta è un colonnello!”.
Sotto qualche capello bianco, ancora riecheggia nella mia memoria l’urlo che i giudici di gara lanciavano a squarciagola nel parco di villa Lebrecht a San Floriano, durante le nostre lunghe estati spensierate, che in quel lontano giorno di luglio ci vedevano in trasferta in Valpolicella con i centri estivi del comune di Verona. Giugno nei saloni della parrocchia, luglio presso la scuola media, agosto al mare o in montagna: quelle sì che erano Vacanze!

Davide Agosta è stato fino all’età di dieci anni, insomma fino alla quinta elementare, uno dei miei migliori amici. Tutto il giorno insieme: a scuola, a catechismo, in cortile, davanti alla tv (come non ricordare la semifinale mondiale dell’82 e l’infinita passeggiata nel centro storico di Verona dopo la vittoria al Santiago Bernabeu) e qualche rara volta si cenava pure alla stessa tavola. Davide era il classico ragazzino snello e atletico, bravo a giocare a calcio grazie al suo delicato tocco mancino, simpatico a tutti, maschi e femmine (il suo caschetto tendente al biondo contribuiva non poco a calamitare le compagne più o meno carine).
Durante le medie, finiti in classi diverse e cominciando a coltivare distinti interessi, le nostre strade si separarono. Il centro estivo era l’occasione per rivedersi e tornare a vivere le nostre sfide, alla fine delle quali spesso mi ritrovavo in una valle di lacrime per il mio eterno problema d’infanzia: accettare la sconfitta!
Quando partì l’urlo dalla collinetta in mezzo al parco, intorno al quale oggi passo di corsa nel disperato tentativo di recuperare la smagliante forma fisica di un tempo, la strategia fu subito ben chiara. Nella guerra cinese ognuno disponeva di un tesserino nel quale veniva indicato il suo grado gerarchico. Toccando il nemico si finiva nella zona franca, posta a metà strada tra le due basi avversarie, basi nelle quali veniva custodita la bandiera da difendere. I giudici operavano il confronto tra i due nemici e si tenevano il tesserino del perdente, minore di grado. In caso di corrispondenza il tesserino veniva restituito ad entrambi. Il colonnello Agosta era incappato in un tesserino spia: da quel momento avrebbe rappresentato un obiettivo importante. Davide militava nella squadra a me avversaria e, come l’unico generale rimasto sull’altro fronte, sarebbe stato meglio eliminarlo mandandogli contro una bomba. Attenzione però: il colonnello Agosta, non a caso, era sempre accompagnato e protetto da un soldato in grado di disinnescare la bomba.
Quel grido richiamò di nuovo in me il ricordo delle mie sfide con Davide, nelle quali troppo spesso avevo dovuto, mio malgrado, cedere. A parte che a me era toccato l’anonimo ruolo di sergente, in grado in effetti di sopravanzare il soldato semplice, ma anche se fossi stato una bomba avrei girato al largo.
In cuor mio avevo sempre avuto una grande considerazione di Davide e se la mia squadra avesse perso non ne avrei nuovamente fatto un dramma: ormai c’ero abituato…

giovedì 28 marzo 2013

(FUORI) SERIE TV 6


A Cristiano Dalpozzo il compito di aprire e chiudere le porte al (tanto atteso, almeno dal sottoscritto) corso di quest’anno sulla serialità televisiva: ci salutiamo quindi con l’ultima puntata, dedicata a ‘Boris, la fuoriserie italiana’. Fate buone visioni!



DALLE NOSTRE PARTI

La serialità televisiva italiana ha anche un volto dissacrante: gli occhi sono quelli del cuore e la troupe diretta da Francesco Pannofino, alias René, è chiamata a girare una soap.
Dal 2007, per ben tre stagioni e con film a completamento, Boris si è proposto come ‘back-stage serial’ (canale Fox Italia) per un pubblico smaliziato e quasi di nicchia, ma con un successo sempre più convincente.
‘Gli occhi del cuore’, inizialmente dall’esito incerto, convince sempre di più, fino alla serializzazione della serie (introduzione di una linea narrativa orizzontale, che va oltre il singolo episodio) con una concentrazione sempre maggiore, sia narrativa sia metanarrativa, su ciò che accade dietro ad una fiction (la nuova fiction ‘Medical Division’, tormentoni sempre più attenuati, maggiore presenza su set esterni).
Nel film addirittura si ambisce a sceneggiare e girare l’Italia contemporanea, quella denunciata ne ‘La Casta’ Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.



FILM MUTO

Nelle sigle della serie, Elio e le Storie Tese, che già ci avevano illuminato su film muti e film c(i)echi, sono il tramite ideale di una geniale demenzialità.







L’ironicità delle tre sigle (con leggere differenze nell’arco del triennio) è molto evidente negli elementi ricorrenti che le costituiscono: catch-phrase (tormentone); ogni personaggio canta in sincrono versi precisi; nomi di presentazione non troppo connotati; aggiunta stagionale di nuovi personaggi.


COMEDIE HUMAINE

Lo sguardo deformato di una deformante fiction sa molto di ‘comédie humaine’, per dirla con canoni (letterari) ottocenteschi. Boris, il pesce del regista, vive sotto vetro, galleggiando, come i protagonisti, nello schermo televisivo. Boris è il simbolo del pubblico, il confidente muto, ed è un omaggio al tennista Boris Becker, così come il tennis sarà un tenue ma resistente filo rosso della serie.


LO STAGISTA

Alessandro, che focalizza più di tutti il punto di vista dello spettatore, è lo stagista, il ‘pesce fuor d’acqua’, catapultato in un mondo, quello della fiction, nel quale imperano cinismo, pressapochismo e molti altri dis-valori: un vero e proprio cult per gli addetti ai lavori della fiction e per chi lavora in una vera casa di produzione. Non a caso l’arco evolutivo del personaggio si piegherà decisamente in negativo, segnale preciso di chi, da puro, diventa infine corrotto e contaminato (anche sul piano personale verrà lasciato dalla fidanzata). Il set è sempre più spazio utopico ed Alessandro un appiglio a chi pone il suo sguardo a questo (poco raccomandabile) ambiente.


IL REGISTA

René (Francesco Pannofino) è portatore dell'ottica del disincanto. E' il regista rassegnato che trova conforto solo grazie al pesciolino Boris. Anch'egli è connotato da alcuni tormentoni... “Cagna!”.


L'ATTORE PROTAGONISTA

Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti) è portatore della caratteristica della superbia. Vanesio e bugiardo, sostenitore del metodo Stanislavskij, rifugge tutto ciò che è troppo italiano.


L'ATTRICE PROTAGONISTA

Nelle diverse stagioni ci ritroviamo in compagnia di Corinna (Carolina Crescentini), la lussuria, donna totalmente incapace; di Cristina (Eugenia Costantini), la svaporata, figlia di un uomo ricco e potente; di Karin 'le cosce' (Karin Proia), personaggio sensuale, donna rustica e volgare. Chiude la galleria, Fabiana (Angelica Leo), attrice capace, nel segreto quasi generale figlia di René.


L'ASSISTENTE ALLA REGIA

Arianna (Caterina Guzzanti) tiene sul set il filo ('nomen omen'). Responsabile di produzione, sembra vivere solo per il lavoro.


IL CAPO ELETTRICISTA

Biascica (Paolo Calabresi) è il braccio destro del direttore della fotografia. Brutale e volgare (connotato dalla geo-tipizzazione del 'romanaccio'), maltratta il suo assistente e vive crescenti dissidi interiori.


ALTRI PERSONAGGI

Lorenzo (Carlo Luca De Ruggieri), 'lo schiavo', simboleggia la sottomissione. La sua precisione lo porterà ad essere inviso un po' a tutti.
Il dottor Cane è il direttore di rete. Voce senza volto (almeno prima della fine della serie) persegue fini esclusivamente materialistici (economici, politici e sessuali).
Lopez (Antonio Catania) ha i tratti del doppiogiochista e dell'opportunista.
Itala (Roberta Fiorentini) è l'alcolizzata, l'unica vera donna docile, anche se tipizzata un po' troppo da 'casalinga di Voghera'.
Gloria è la truccatrice.
Gli sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti) sono perlopiù svogliati, pigri e interessati solo ai soldi: sono lo sguardo cinico sulla tv italiana.
Martellone è l'attore teatrale impegnato, che per trovare consenso diventa comico sboccato.
Glauco è il regista maestro di vita.
Mariano (Corrado Guzzanti) impersona l'attore psicopatico.
Nelle diverse stagioni sono presenti numerose guest star, sia in ruoli di fantasia, sia nei panni di loro stessi. Tra i più famosi: Roberto Herlitzka, Valentina Lodovini, Cecilia Dazzi, Sergio Fiorentini, Laura Morante, Sergio Brio, Paolo Sorrentino, Giorgio Tirabassi, Filippo Timi.


GLI ATTORI E LA RECITAZIONE

In Boris gli attori risultano tutti noti e più o meno affermati, ma il loro compito è quello di recitare da cani. Ma - si badi - solo il bravo attore sa recitare male in modo credibile. Da qui scaturisce una gustosissima parodia della cattiva recitazione, che si intreccia con la falsariga della caratterizzazione, prima da me sommariamente presentata, di varie tipologie umane.
La cura dei dettagli, il supporto prima citato di guest star nostrane, ci riporta nell'alveo della tradizionale e consolidata 'commedia all'italiana'.


I (NON) LUOGHI

Boris pullula di non luoghi: l'arena setting, lo spazio vetrato e cittadino del dottor Cane, con il cellulare di Lopez a far da ponte tra questi due 'spazi'.


SATIRA E TV

Boris è lo spaccato dell'Italia datata 2008-2010. I nani, le ballerine raccomandate, la politica ovunque imperante nella sua veste più bieca... il trionfo del QUALUNQUISMO (Cetto sta per nascere...).


LA STRUTTURA

E' molto interessante notare come la struttura di Boris sia variabile, come cambi nel corso delle sue stagioni. Come già riferito, dopo episodi che presentano a tratti una struttura vaga, passiamo ad una 'serializzazione della serie', ma sempre nel segno di una studiata assenza di metodo:
  • inserti visivi (flash-back e flash-forward);
  • 'running gag' senza effettivo sviluppo narrativo (tipico espediente della sit-com);
  • MacGuffin (il pretesto narrativo di hitchcockiana memoria), es. l'anello del conte.


LA MESSA IN SCENA

La regia (quella vera) si avvale del contributo di steady-cam, per un girato dinamico, avvolgente e ritmato.
La fotografia è ricca, il montaggio ben riuscito.
Il realismo della lingua si abbina ad una recitazione dai toni decisamente naturali.


METAFORE SULLA NEO-TV

E' VECCHIO, DECREPITO, E' STATO TEATRO DI IMMANI SOFFERENZE.
I PICCIONI VI DEFECANO, MA ALLA FINE LO GUARDANO TUTTI.
Il dottor Cane sul Colosseo

Al centro della riflessione di Boris c'è forse l'auto-referenzialità della cosiddetta neo-tv? Certamente!
Il passaggio epocale alle reti private di una gran fetta della tv italiana ha generato una fiction della quale parla QUESTA fiction. Tv di flusso (mescolamento di news, enterteinement, etc.)? Ridiamoci su, dai, mettendo in scena un certo pubblico e un certo tipo di fiction!
Il talento degli sceneggiatori italiani (e forse non solo italiani), che dà il meglio nei suoi toni realistici, nelle citazioni canzonatorie e poco riverenti (fino alla parodia di testi cinematografici e serie televisive internazionali arci-note), è in fondo soffocato dalla ghigliottina dell'audience e da ciò che la gente vuole.


L'UMORISMO

L'umorismo di Boris è generato da un giusto mix di comicità di situazione e di comicità verbale.
Altri codici a supporto sono:
  • i dialoghi brillanti;
  • l'inversione di situazioni (secondo lo schema introduzione-conferma-disattesa);
  • il tabù in chiave comica (circa i temi droga, sesso, raccomandazione, bestemmia, etc);
  • la contiguità (cfr. LA STRUTTURA) con la sit-com;
  • il realismo di una società riprodotta tramite il realismo dei set;
  • il tono amaro (cifra della commedia all'italiana), che all'occorrenza si consolida in riso amaro e rappresentazione del ridicolo legato al fallimento;
  • la 'procadenza' (altra cifra) di felliniana memoria, ovvero l'amore allegro per la decadenza.

In definitiva, per chiudere il cerchio, grazie all'umorismo Boris mette in scena in maniera poco italiana situazioni e personaggi molto italiani: una (fuori)serie, una galleria, di inconsapevoli perdenti!

SERIE TV 5: IL TELEFILM SONO IO


Eccoci alla penultima blog-dispensa, in veste volutamente ridotta, un po’ perché l’argomento di stasera è legato ad un telefilm tra i più amati da chi scrive (per cui mi sono dedicato molto all’ascolto e poco alla rielaborazione), un po’ perché il messaggio lanciato dalla serata (come da titolo da me proposto) è stato che la nuova serialità richiede un ruolo assolutamente attivo e collaborativo (nell’integrazione con la propria ‘enciclopedia’) da parte dello spettatore.

Un grazie a Paolo e Luana per la sentita compagnia.



IL NAUFRAGIO DELLA VITA

Lost. Scritta bianca semovente in campo nero. Un suono sempre più cigolante come sottofondo. Vi perdereste mai in un mondo così? Io l’ho fatto e ne sto ancora “pagando le conseguenze”…
Tanti anni fa, ancora adolescente, senza avere nemmeno la più pallida idea di chi fosse Borges, pur conoscendo molto all’ingrosso Shakespeare e pur già in parte consapevole dell’importanza dei Classici per la cultura moderna, sognavo di poter un giorno leggere un libro, vedere un film, insomma assistere ad uno spettacolo nel quale fosse possibile radunare in un'unica narrazione tutto ‘il meglio di’.
A diciott’anni, poi, dopo un esame di maturità non particolarmente brillante, immaginavo già di tornare indietro nel tempo a riempire qualche buco, sia di studio sia di vita personale, per rimediare a quanto di lost e di looser mi ero lasciato alle spalle.
Ne è passata di acqua sotto ai ponti, ma poi ci hanno pensato i veri creativi, i geni dello script (tra i quali J.J. Abrams è più che un astro nascente), a sviluppare una semplice ma fondamentale intuizione... La storia più bella da scrivere? La nostra! Quella che intessiamo ogni giorno, a partire dalle nostre percezioni, razionali o meno che siano. La vita diventa ciò che col ‘pensier mi fingo’, per cui ‘il naufragar m’è dolce in questo mar’.
E poco male se J.J. Abrams non è riuscito a completare le sette stagioni, per chiudere il suo cerchio magico del ‘tre più quattro', o se molti fan hanno rivolto il pollice verso terra (la vittoria dell’anti-Fonzie) alla visione della doppia puntata finale.
E allora sotto con il mondo di Lost, che stasera il nostro relatore Mariano Diotto (certamente tradendo le mie lostalgiche attese, ma non lasciando malcontento nessuno) ha affrontato da un punto di vista prevalentemente tecnico-comunicativo.


L’IO EPICO

Con sedici protagonisti – vi parrà impossibile – il protagonista principale diventa il diciassettesimo. Il diciassettesimo – non prendetevela con la Cabala – siete voi!
In Lost la focalizzazione del racconto viene scientemente offerta allo spettatore, che pazientemente e amorevolmente, imparerà quasi da subito a teorizzarne e condividerne la filosofia.



L’occhio di Jack Shepard si (ri)apre, ma la visione diventa ben presto soggettiva; inoltre misteri e tessere da ricomporre faranno subito la loro comparsa (il cane Vincent, una scarpa da tennis, qualcosa di oscuro) e non solo nella prima puntata.
L’io epico si immerge nella narrazione, ma sempre nell’ottica dello straniamento, tecnica narrativa che ci chiama in causa non più come meri spettatori, ma quali ricercatori della nostra chiave di lettura.
Perdersi in Lost è quindi esattamente la prospettiva voluta, sempre che siate dei candidati pronti ad accettare le regole e a mettervi in gioco.
Anch’io l’ho fatto, insieme ad altri amici, ed oltre al mondo più o meno Vintage della Dharma, ecco il moltiplicarsi per me di serate al pub, cene a tema, gruppi di ascolto, una volata al Telefilm Festival e un blog cooperativo.


CHE MONDO SAREBBE… SENZA LOST

Creare molteplici mondi dalla natura più svariata (possibili, impossibili, inconcepibili), connotarli attraverso precisi paratesti e codici comunicativi non è stata una scelta da poco.
Il principio è quello della disseminazione di elementi, via via più complessi e ingarbugliati, fino ad operare su almeno quattro/cinque livelli narrativi, livelli che poi ognuno riassemblerà personalmente, inserendoli nel proprio orizzonte di attesa (almeno fino a che il cielo non diventi viola… da lì, in poi – lo confesso – ci ho praticamente rinunciato).
Le diverse modalità e il dosaggio nell’usufruire di questo prodotto televisivo hanno poi da sempre fatto la differenza, in modo oltretutto nemmeno tanto velatamente nascosto.


TECNICISMI

*(Destare) MERAVIGLIA: è la cifra della narrazione. Stupire e intrattenere in modo intelligente è la strada maestra almeno fin dai tempi di Omero, che da bravo "sceneggiatore" preferiva non giocare subito le sue carte narrative migliori ed era solito scandire le sue opere in ventiquattro “libri”, forse presagendo la durata standard di una moderna stagione televisiva.

*(il particolare) CONTESTO: scardinare il ritmo e l’andamento tradizionale della narrazione è uno dei grandi risultati di Lost… 'Picture a large, large box!’.

*IDENTIFICAZIONE/EMULAZIONE (con i personaggi): io volevo essere Desmond David Hume… l’ho deciso durante il finale della seconda stagione. Obama, non lo so. E voi?

*MANIPOLARE (e rendere comunicativi i segni): vi rimando alla lettura dell’ultimo paragrafo, per non ripetermi.

*LINGUAGGIO ICONICO: stilizzare è un modo efficace di rappresentare la realtà. Lo sanno i grandi, lo fanno spontaneamente i bambini. Le situazioni stilizzate in Lost ci sono quasi da subito ben familiari.

*SEGNI INDICALI: la vicinanza, il richiamarsi dei vari segni moltiplicano l’efficacia della comunicazione. Lost sfonda questo orizzonte fino ai limiti estremi della metanarrazione.

*SEGNI SIMBOLICI: la metaforicità di Lost diventa con il passare delle stagioni sempre più strabiliante, come del resto lo è il numero delle teorie che i fan più o meno sfegatati sono riusciti ad elaborare proprio a partire dall’alto livello di connessioni possibili.

*CULTURE TESTUALIZZATE E CULTURE GRAMMATICALIZZATE: qual è il vostro orizzonte comunicativo? Siete più uomini di scienza o uomini di fede?

Like John Loche?




Like Jack Shepard?



SEGNATI DA LOST

In definitiva, i segni comunicativi in Lost sono proposti come messaggio e ricerca di senso da completare, possibilmente in modo comunitario, sia all’interno della storia, durante il suo svolgimento (intreccio), sia all’esterno, nella sua ricezione, per spingersi - lo ribadisco - fino al limite della metanarrazione, uno dei grandi orizzonti e dei principali grimaldelli con il quale abbiamo un po’ tutti cercato di scardinare la Serie e di risalire non solo alla sorgente dell’Isola ma anche alle fonti della... Lostpedia.
Certo, forse nessuno di noi comuni mortali è mai entrato nella stanza dei bottoni o ha fatto parte del writing staff. Ma il nostro stimato relatore, che ha avuto modo di intervistare J.J. Abrams, ci ha lasciato ricordandoci la bellezza dell’essere divenuti (anche grazie alla svolta di Lost!) degli spettatori sempre più accorti e partecipi, pronti ad apprezzare ciò che (tutta) la nuova serialità ci propone.




SERIE TV 4: IL SALTO DELLO SQUALO


In questo quarto incontro sulla serialità televisiva, il bravissimo relatore MARIANO DIOTTO ci ha introdotto nel mondo in continua evoluzione del teen-drama.
Alzate il volume! Grazie alle sigle dei nostri telefilm più o meno preferiti le emozioni sono assicurate.
Il nostro corso ha fatto stasera, in senso positivo, il salto dello squalo! 




PER ENTRARE IN ARGOMENTO

Il teen-drama è molto di più di un semplice prodotto per adolescenti. In esso troviamo certamente riprodotto il mondo dei giovani; lo spazio dei protagonisti è ancorato sui giovani; il target, idem.
Inoltre c’è da considerarne la diffusione nazionale ed internazionale (in assoluto quella made in U.S.A.); la narrazione, a carattere episodico, aspira alla lunga gittata e segue un format simile, ma allo stesso tempo nettamente diverso, da quello della soap-opera.
E’ questo un mondo che trovava ospitalità un tempo esclusivamente sui canali generici, mentre oggi molto di più la trova sui canali tematici, con lo scopo di allungare sempre di più la vita televisiva di un cast tendenzialmente stabile (e per questo vincolato solitamente con contratti di almeno sette anni).
Ci sono poi precisi tempi di registrazione (a primavera inoltrata) e di trasmissione (fine estate). Solo se la mid-season avrà funzionato (la misura dei tredici episodi) allora la stagione si allungherà (oltre i venti episodi).
Siamo pronti – come sognato da ogni produttore, anche il più scalcinato – ad affezionarci e a crescere insieme alle nostre serie preferite?




COSA CI HA PORTATO LA CICOGNA?

Il teen-drama televisivo nasce il 15 gennaio 1974 sulla ABC sotto il segno di “Happy Days”.


(1974 – 1984) CANALE ABC, 11 STAGIONI, 255 EPISODI

L’ascendente è talmente forte che, un po’ come al cinema, da quel momento in poi per molti attori sarà impresa ardua quella di togliersi addosso il nome-etichetta del protagonista.


IN VIAGGIO ATTRAVERSO NUOVE COSTELLAZIONI…

Inscenare il mondo degli adolescenti (dai tredici ai diciannove anni, tanto per fornire le coordinate del teen-drama americano) è una scelta prolifica e vincente, con tanto di creazione di un parallelo universo di merchandising pronto ad espandersi.
“Happy Days”, in maniera esemplare, dà presto vita a vari (più o meno canonici) spin-off: “Mork & Mindy”, “Laverne & Shirley”, “Le ragazze di Blansky” (con un giovanissimo Scott Baio), “Out of the blue”, “Joanie loves Chachi” (in contemporanea con lo stesso “Happy Days”).




… UN LUNGO VIAGGIO!

La NBC scende in campo nel 1979, ben determinata a conquistare il pubblico di prima serata.


(1979 – 1988) CANALE ABC, 9 STAGIONI, 209 EPISODI

La famiglia americana, ma non solo essa, comincia a disgregarsi e il mondo del college diventa luogo di aggregazione e di iniziazione alla vita, proponendo già un’interessante gamma di stereotipi, qui rigorosamente al femminile.

La TV – è risaputo -  è soprattutto business e le produzioni in grande stile vi trovano terreno fertile, specie nella Los Angeles dai set perennemente illuminati da una luce avvolgente.
Nel 1982, intanto, da New York arriva


(1982 – 1987) CANALE NBC, 6 STAGIONI, 136 EPISODI

con una sigla che comincia ad essere parlata, in una serie che porta dentro di sé tutte le caratterizzazioni e gli stereotipi  del teen-drama. Si prosegue da un film per arrivare in tempi più avanzati alla contaminazione con lo sfolgorante mondo del musical, fino all’italiano “Amici”, per cui Maria De Filippi dovrà, per questioni di diritti d’autore, rifare il maquillage all’originario “Saranno famosi”.

Nel 1989 la Fox, che fin dagli anni ’70 ci ha regalato grandi telefilm, ci propone anch’essa dei teen-drama.


(1990 – 2000) CANALE FOX, 10 STAGIONI, 296 EPISODI

Il pugno, nato quasi per sbaglio, che connota la sigla, ci apre (per i telefilm) il nuovo(ma non poco problematico) mondo del successo e del reddito elevato: comincia lo “sdoganamento” di problematiche giovanili quali droga, alcol, sesso, omosessualità. E’ forse il primo vero e proprio fenomeno planetario di esportazione, che fa la fortuna del mitico Aaron Spelling, che nonchalance regalerà alla figlia Tori un ruolo da co-protagonista.

Nel 1992 la Fox “rincara la dose” con


(1992 – 1999) CANALE FOX, 7 STAGIONI, 226 EPISODI

Il mondo del teen-drama sfonda quota venti (l’età, sempre meno teen, dei protagonisti) e impone attori allora esordienti e ancora oggi presenti in altre produzioni, nelle quali attualmente impersonano quantomeno ruoli adulti o magari (salto della barricata) da genitori.

Insomma, dopo le famiglie più o meno idilliache (“La famiglia Bradford”, “Casa Keaton”, etc.), largo ai giovani… senza famiglia!



(1994 – 2000) CANALE FOX, 6 STAGIONI, 142 EPISODI

Un Matthew Fox giovanissimo ancora non pensa a intraprendere… altre carriere!

I genitori? Meglio se non ci sono.


ANNI NOVANTA: L’ETA’ DELL’ORA DEL TEEN DRAMA

La spinta “realista” della Fox continua.


 (1998 – 2003) CANALE FOX, 6 STAGIONI, 128 EPISODI

Il teen-drama raggiunge il suo apice, per poi attraversare, verso fine decade, un deciso calo di ascolti.


IL SALTO DELLO SQUALO

Quando un telefilm diventa meno credibile, quando dopo un determinato episodio qualcosa si scolla nel rapporto tra pubblico e serie, in termini critico-televisivi si parla di “salto dello squalo” (forse in riferimento a un episodio di “Happy Days” nel quale Fonzie fu protagonista esattamente di quel tipo di salto).



I teen-drama faranno nel nuovo millennio un salto, inteso però in senso (pro)positivo: riusciranno in buona sostanza a garantirsi nuova vita, imboccando vie alternative, a partire da sigle sempre più simili a mini-spot, sigle che lasciano in eredità i titoli di testa all’incipit della trasmissione.


TRA FANTASY E CANALI TEMATICI

A fine anni Novanta ecco la svolta del fantasy.



 (1998 – 2006) CANALE WB, 8 STAGIONI, 178 EPISODI

Inoltre, si diffondono via via, con largo anticipo rispetto all’Italia (che oltretutto, fino ad allora, aveva importato molti telefilm, e non solo i teen-drama, con colpevole ritardo), nuovi e numerosi canali tematici.
A partire dal 1996 ecco apparire la UPN, con titoli (tra gli altri) come “Tutti odiano Chris”, “Girl friends”, “Buffy”, “Roswell”, “Veronica Mars”.
Nel 2001 è il turno della ABC FAMILY che (in estrema sintesi) esemplificherei con “Kyle XY”, “Greek”, “La vita segreta di una teen-ager americana”, “Switch at birth”.
Il 2002 è l’anno di TEEN NICK, che (ad esempio) propone “Degressi”, “Summerland”, “Laguna beach”.
A partire dal 2006 CW ci regala i successi si “Supernatural”, “Smallville”, “Gossip girl”, “One three hill”, “Merlose Place”.
Il target giovane (dall’infanzia alle medie) viene poi bersagliato da NICKELODEON (2004) e da DISNEY CHANNEL (1997). In particolare quest’ultimo canale ha traghettato verso il successo Hanna Montana, Jonas Brothers, Britney Spears. Sentitamente, ringraziamo (se siamo nati dopo il 1993)!?


BREVE ZOOM SUL NUOVO MILLENNIO

Superato il “millennium bug” si definiscono in modo abbastanza preciso le sottocategorie del teen-drama.

SCI(ENCE) – FI(CTION)
FANTASY
ADVENTURE
COMIC
TEEN
MISTERY
NEO-ROMANTIC
SPORT
RELIGION
SEX

Di conseguenza i principali network si spingono in imponenti produzioni per ‘competere con le’ e ‘controbattere alle’ proposte monotematiche.
Dal 2001 al 2011 ecco il racconto (dalle connotazioni prequel) di “Smallville”, oppure dal 2003 al 2007 fa la sua comparsa THE O(range) C(ounty) che rafforza un nuovo modo di comunicare, in un mondo telefilmico nel quale le sigle (musicali) finiscono per costare quasi come (o di più) della produzione stessa del serial.



Si rafforza, inoltre, il dualismo del bene contro il male, il confronto tra i ragazzi buoni e i ragazzi cattivi.
Molto di recente si sono ancor di più inaspriti i toni CONTRO i canoni buonisti, ad esempio con “Misfits” (sul fronte inglese), “Skins” (sempre dall’Inghilterra), “Fisica o Chimica” (dalla Spagna).

Sul fronte sportivo grande è il successo di “One three hill”, centrato sul basket, una serie che tra l’altro ha visto i protagonisti abbandonare la scena all’apice del successo.

Il soprannaturale, a metà del 2005, viene coniugato al maschile in “Supernatural”.

E, andando sempre più avanti con gli anni, verso tempi di crisi, l’effetto placebo di chi sta comunque bene economicamente è garantito da “The gossip girls”.

Il vampirismo è ben raccontato in “Teen Wolf”; si crea l’abbinamento tra telefilm di culto e canali tematici, accoppiata che forse raggiunge le sue vette (per la capacità di scrittura e il gran ritmo narrativo) in “The vampire diaries” (giunto attualmente alla sua quarta stagione).

Dal 2010 il teen-drama “si sposa” col mondo social approdando su Facebook o generando particolari #hashtag Twitter, per non parlare del connubio col mondo talent (show) per stabilire chi può partecipare ad una nuova stagione di “Glee” (e permettendo alla protagonista Lea Michele di cantare al Superbowl).

L’importante però è allungare il proprio successo, far affezionare gli spettatori dei serial anche ai nuovi personaggi: la ripartenza (il “salto dello squalo”… ma in positivo!) è così garantita!


CHIUSI NELLO STIVALE

E in Italia? Le grandi produzioni americane arrivano finalmente in Patria molto più a ridosso della loro primitiva messa in onda (anche se l’invidiabile - ma non sempre nei telefilm - doppiaggio italiano vincola ancora molto, per costi, la celerità d’uscita).
Il panorama nostrano è sempre però molto dipendente fa format stranieri (es. gli stessi “Cesaroni”): per avere proposte interessanti di teen-drama possiamo forse guardare a “Grandi domani” (2005) o a “I liceali” (2008 – 2011)?


IN CONCLUSIONE

I teen-drama, come naturale, sono molto cambiati d’aspetto rispetto alla loro nascita negli Anni Settanta.
Da sempre essi ci raccontano alcuni particolari della vita degli adolescenti, soprattutto gli aspetti problematici. Si è peraltro accentuato, mano a mano, il depotenziamento della figura adulta, è cresciuto l’elemento legato al mistero, la sessualità si è fatta sempre più esplicita. Da sempre essi finiscono con l’imporre modelli e stereotipi e per favorire processi di imitazione.

L’obiettivo è di certo il business commerciale, ma i teen-drama hanno il pregio di raccontare e a volte di precedere la società. Sono del resto ancora oggi presenti i principali stereotipi del mondo giovanile: belli e dannati; nerd (perlopiù ingenui e “sfigati”); ragazze brave ed ingenue (quelle che - ma va là?! - rimangono puntualmente incinte); ragazze affascinanti e libere sessualmente; la fisicità come prodotto commerciale (ormai sempre più declinata al maschile); poveri che possono diventare ricchi; il denaro e la posizione sociale come valore assoluto e massima aspirazione. C’è però da segnalare parimenti un ritorno alla riaffermazione di valori importanti, legati alla riconquista di una dirittura morale.

L’affascinante mondo del teen-drama ha in fondo il grande pregio di raccontarci il mondo dei giovani, attraverso i giovani, investendo sui giovani. Chissà quanti di noi in queste giornate elettorali non hanno pensato…
LARGO AI GIOVANI!

SERIE TV 3: I VOLTI DI TWIN PEAKS


Sigla iniziale: le note di Angelo Badalamenti ci scaraventano ‘ex abrupto’ nel mondo dei 51.201 abitanti di Twin Peaks. Comincia così la magistrale lezione del prof. Alessandro Tedeschi Turco, interamente dedicata ad uno dei serial in assoluto più innovativi della storia del piccolo schermo. Eccovi la mia breve, modesta e non fedele trascrizione, costruita su alcuni spunti prima scelti e rielaborati a piacere, poi raggruppati per piccoli paragrafi.



LYNCH & FROST

La firma autoriale è doppia(!), praticamente inscindibile: un affermato sceneggiatore @mfrost11 (il suo Hill street blues è stato uno dei caposaldi della nuova serialità televisiva, specie in Italia) si accompagna a un grande cineasta @DAVID_LYNCH, che a lungo ha vissuto e sognato il cinema, prima di privilegiare la meditazione trascendentale e le piccole manifatture in legno.
La “premiata ditta” sbanca il palinsesto ABC nelle stagioni 1990 e 1991, innovando decisamente la vita dei serial tv e integrando con perizia sviluppi orizzontali e sviluppi verticali della scrittura telefilmica.
Un pilot, trasformato poi anche in una specie di film, sei puntate (per una Season1 a connotazione fortemente grottesca) e altre ventidue puntate (con il prevalere nella Season2della direttrice surrealistico-metafisica), senza contare il prequel Twin Peaks: Fuoco cammina con me!: ecco a voi le ventinove puntate del (sempre più) fatato mondo di Twin Peaks.



LA SFIDA TELEVISIVA

Già da tempo registi più o meno affermati hanno vissuto il cosiddetto b-movie e la scrittura per il piccolo schermo come vera e propria palestra di regia e come terreno di sperimentazione.
Il fatto invece di portare una prospettiva eminentemente cinematografica e sperimentale dentro ad un serial tv, più che una sfida, è una vera e propria rivoluzione, che contamina (nel senso più nobile, latino, del termine) il terreno telefilmico, fino alla germinazione: la sperimentalità e il broadcasting made in U.S.A., tradizionalmente gelidi tra loro, riescono, seppur per poco, a convivere, e così a figliare. Di lì a breve compariranno X-files e E.R.




LA MISURA DELTEMPO NARRATIVO

I tempi (co)stretti che impone il lungometraggio (Lynch ne aveva fatto le spese con Dune, ma si presentava con il sicuro bagaglio di Blue Velvet e del suo splendido incipit)


e le idee del film e dei film (leggi: personaggi che occhieggiano ai grandi classici di Ford e Wilder, nonché la rifunzionalizzazione di intere stagioni del cinema U.S.A., specie anni’50) vengono reimpiantate da Lynch (in questo senso meno da Frost, che padroneggia più lo script rispetto alla messa in scena) su un terreno eminentemente televisivo.
Sono due i grandi riferimenti a livello narrativo: la soap-opera e la struttura gialla del thriller/poliziesco americano, abilmente reinterpretati e ripercorsi.
Se invece volete “scientemente” immergervi nella deriva filosofico-lisergica (un bel po’ indigesta al nostro stimato relatore, il quale però ne conosceva bene le implicazioni fino a citare la Società Teosofica cofondata da Helena Petrovna Blavatsky e a suggerire la lettura di Roberto Manzocco Twin Peaks, David Lynch e la filosofia) vi allontanereste tutto sommato dal taglio cinematografico seguito in questo corso.


GALLERIE

Chi c’era in quel (tele)film? Ecco la vera domanda per condurre una lucida (!?) analisi.
In definitiva, la definizione dei personaggi è la definizione dello stile, e viceversa!


Twin Peaks



cittadina che predomina già da una sigla privata di personaggi e di riferimenti alla trama, per lasciare spazio al paese, ai boschi e ai meccanismi meccanici.


Laura Palmer (Sheryl Lee)



nome in parte tratto da Vertigine di Otto Preminger.


L’agente speciale Dale Cooper (Kyle McLachlan)



amante dei dolciumi, del caffè, della cordialità, almeno fino a quando non lo faranno “alterare”.
(Per questi ed altri personaggi clicca e sfoglia...)


IN CABINA DI REGIA

Lynch e Frost incanalano con mano sicura (ma non sceneggiano e dirigono tutti e ventinove) gli episodi del serial. Inoltre, i tentennamenti del network ABC, specie nel corso della seconda stagione, non garantiranno tutto l’appoggio necessario al lavoro dei Nostri, facendo sì che il risultato sia qualcosa di straordinariamente altro.
Se poi consideriamo che la Prima Guerra del Golfo calamitò l’attenzione statunitense e mondiale con ciò che meglio sa fare la Tv, ovvero la diretta (ricordo ancora prima le immagini tv e poi la lettura, tutta d’un fiato, dell’esperienza di Peter Arnett, ultimo giornalista “occidentale” rimasto in Iraq), il quadro è già più chiaro. Insomma, per misurarne il reale spessore, occorre sempre guardare alle puntate di un serial tv nel momento e nel contesto esatto in cui le stesse sono state trasmesse: solo così sarà possibile capire il vero perché di determinate scelte narrative.
Nella “stanza dei bottoni” tutto viene sapientemente plasmato da Lynch e Frost, legato dai vari registi chiamati a supporto e reso vivo e imperituro dal commento musicale di Angelo Badalamenti.
Grazie all’uso accurato dei piani sequenza (nonché di alcuni celebri carrelli inquieti che hanno fatto scuola, come ad es. nel Donnie Darko di Richard Kelly), alla proposta di dialoghi raffinati (seppur talora asciugati da ogni referenzialità, quasi ad occhieggiare al teatro di Pinter o di Beckett), a determinate scelte stilistiche (il rovesciamento dei clichés U.S.A., lo sfuttamento del linguaggio di soap-opera, college-film, horror-movie, splatter) e a determinate scelte tecniche (camere a mano, particolari punti-luce, effetti stroboscopici) vengono riversati nel piccolo schermo precisi stilemi cinematografici.
Aggiungo io: tutto ciò si rivela profondamente “lynchano”, e va oltre una semplice lettura onirico-filosofica. Tutto ciò ha molto più a che fare, secondo me, con le capacità rappresentative dell’arte e con la riflessione sui suoi limiti, anche nei rivoli più “diversi” (ricordiamoci che Lynch è estimatore del pittore Francis Bacon e della sua pittura del sommerso).
E’ in definitiva il grande gioco dello svuotamento delle forme, ovvero una delle linee-maestre di tutta la cultura novecentesca. Lynch e Frost propongono tutto ciò in tv negli anni ancora segnati dalla presenza, seppur non inedita, di serial come Colombo o La Signora in giallo, rifunzionalizzando da par loro una personalissima idea di cinema, cara soprattutto all’ex boy scout nato a Missoula (Montana).
E’, come detto, la linea di un linguaggio artistico che non riesce più a dire sé stesso, il racconto di un mondo che si svuota delle sue possibilità di riferimento, quasi certamente perché non le ha, o quantomeno perché non sono così direttamente rappresentabili.


MA INSOMMA: CHI HA UCCISO LAURA PALMER?

Non è mai facile gestire una traccia metafisica in un serial tv, soprattutto se andiamo verso l’epilogo. E se poi se ne accorge la produzione… son dolori!
Lynch torna dopo qualche tempo a dirigere in prima persona (e anche a interpretare) alcuni episodi-chiave della serie, per rivelarci, sempre incastonando il tutto col grande commento sonoro di Badalamenti, la natura dell’assassin(i)o di Laura Palmer, con una preciso e gigante(sco!) salto nella dimensione onirico-metafisica.

http://youtu.be/6ejwoe83uF8


(ALLORA) SI PUO’ (FORSE) VIVERE SENZA RED ROOM (?)

Risposta secca, sì.
Una capatina, però, è sempre meglio farcela



Ma non è strettamente necessario, se vogliamo limitarci a parlare di cinema e Twin Peaks, e magari usare Lynch come link per Tarantino, suo allievo mai dichiarato.
Potreste addirittura correre il rischio di rimanervi intrappolati a interrogarvi sulla natura dei sicomori, o a chiedervi chi stia dalla parte della luce e chi dalla parte delle tenebre, perduti in uno scorcio blu elettrico. Attenzione soprattutto a non perdere un braccio!



Se v’interessa, però, potreste (se non l’avete già fatto) godervi l’omaggio di Psych ad un serial che in tanti abbiamo amato ed amiamo, e magari potreste sottoscrivere una petizione inascoltata (e quasi di certo scaduta) da ormai troppi anni.




Twin Peaks opened gaps in the thin veil of our lives. Sooner or later we will sit in the light or in darkness to review our show.
LET'S ROCK!