Santa Maria in Valena (Valpolicella, VR)
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mercoledì 19 novembre 2014

ANDIAMO AL CINEMA - Interstellar, neanche fosse il dibattito sul PD

Giuro che non lo volevo fare. Non volevo scrivere questo pezzo, non volevo scrivere di fantascienza, non volevo scrivere di Interstellar, grande produzione da poco in uscita anche nei cinema italiani.
Lo farò ugualmente, mio malgrado, violando la regola aurea di non parlare di ciò che non si conosce bene (nel mio caso la fantascienza), un po' perché sta diventando sempre più tipico del mio carattere violare questa regola, un po' perché vari amici che stimo e apprezzo hanno detto la loro e io con loro volevo confrontarmi e a loro far arrivare il mio pensiero, un po' per sciogliere qualche inghippo.



Quando all'inizio di questo mese è uscito Interstellar ero contento. Contrariamente al mio solito ho assistito al secondo giorno di proiezione della pellicola (fa un po' specie usare ancora questo termine, ma è così poetico!) e fortunatamente quel veNERDì ero in ottima compagnia. L'inghippo è nato dopo.

Il film mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmato, come in generale non mi entusiasma la fantascienza. Gusti personali, per carità.
Il film mi è piaciuto perché aveva grandi ambizioni: l'ambizione di raffigurare un buco nero; l'ambizione di rilanciare la fantascienza in un'epoca nella quale altri sono i codici più affermati per raccontare certe storie sullo spazio-tempo; l'ambizione di completare un lavoro iniziato da Spielberg (il regista "secchione" quello che ha sempre fatto bene il suo lavoro, salvo dover girare "Indiana Jones" prima che certe Academies si accorgessero di lui); l'ambizione (e la passione) che i fratelli Nolan (insiemi ai danari) mettono in ogni loro progetto.
Il film non mi ha entusiasmato perché ultimamente sono diventato più esigente in fatto di cinema e non sempre le scelte registiche e di sceneggiatura mi hanno soddisfatto o convinto. Come Star Wars, in modo estremamente diverso certo, anche Interstellar è un film sulla paternità e di questo ritorno non sentivo proprio il bisogno. L'equazione (sacrosanta sia chiaro) "America USA = problemi col padre" spero venga presto aggiornata. L'individuazione di certe location (a parte i non certo inediti campi di mais, vedi equazione precedente... in versione agricola) invece non mi ha creato problemi o fastidi; piuttosto mi ha infastido il cinismo di Matt Damon in quanto presentato come colpo di scena, quando il cinismo/lotta per la sopravvivenza è ciò che più di evidente sotto il sole o all'interno di una qualsiasi galassia si possa trovare, quasi quanto la ricerca dell'amato ormai da lungo tempo (!) spacciato.
E poi c'è la questione della trama, delle sue più o meno accettabili incongruenze, sul fatto se / sul fatto qua / sul fatto là (io, vaccinato da Lost, percorro sicuro e supponente la mia via) ... insomma se l'orologio sia veramente tale (cioè testimone e misura fedele del tempo) o un abile McGuffin, come insegna(va) il buon Hitckcock.


In questa palude della trama io però non ci voglio entrare, anche perché è proprio qui che è nato l'inghippo. Sì, l'inghippo. Tutti che vogliono parlare e scrivere di Interstellar, poichè è il film del momento ovviamente: chi l'ha visto e sa di fantascienza, chi - come me e altri  - l'hanno visto e non sanno abbastanza di fantascienza e - udite udite udite (come mi pare emergere dal web) pure chi l'ha visto ma pensa di saperne di fantascienza e di cinema (come qui viene ben evidenziato).
Non sono stato certo l'unico a muovere qualche obiezione al film (e questo è un fatto che volenti o nolenti, "nolanti o non nolanti" va accettato). Forse va lasciato passare qualche giorno prima di tuìttare, postàre, discùtere, insomma mettere l'accento (e io, supponentemente, l'ho fatto) altrimenti la visione a caldo piacerà solo ai fans. A quel punto, passato qualche giorno ripeto, esprimetevi, senza pietà! Potrebbero anche esserci delle sorprese...
Troppo facile infatti prendere un film così ... così atteso, un film che ha dovuto sostenere costi enormi, che è stato caricato (giustamente) di molte aspettative e che per questo è stato (ingiustamente) troppo criticato quando non le ha soddisfatte tutte... prenderlo e stroncarlo.
Scusate... "2001 Odissea nello Spazio è un capolavoro" (altro fatto... attenzione non ho detto che è bello o semplice da seguire, anzi...): film datato 1968, io l'ho visto al cinema a dieci anni in ri-proiezione anni Ottanta e ricordo che molti - a parte io ancora quasi infante che non conto, e quindi stordito dall'età e dall'aver appena divorato il pranzo di Natale - molti dicevo, all'epoca non l'avevano nè capito, nè apprezzato (e forse nemmeno - azzardo - guardato con la dovuta cura). Interstellar non è monolitico, ma ha certo un suo spessore non fosse altro perché si affida a una libreria per darci la soluzione.


Insomma concludo dicendo che le recensioni a Interstellar potranno essere supponenti o meno, favorevoli o meno, ma io continuo ad avere la sensazione che supponenti o meno, favorevoli o meno, ormai lo siano diventate le recensioni stesse e non più il film in quanto oggetto di critica. Ormai siamo oltre l'oggetto, siamo alla visionarietà pura, all'allucinazione dell'opinione che si legittima per il fatto stesso di essere stata prodotta. Materia e antimateria per la critica filmica: siamo in buco nero!

Materia e antimateria

Tutti sostengono convinti e compatti che il cinema è prima di tutto immagine e che prima di tutto deve avere la capacità di emozionarci. Interstellar il suo dovere lo fa, anche se forse certi entusiami io li riservo per altro... e per altra. Per Matthew Mc Conaughey! Per Jessica Chastain, che ormai ha soppiantato Cameron Diaz nel mio cuore! E' già amore interstellare!



lunedì 20 ottobre 2014

De montibus aureis

ospito con gioia il report di Paolo aka Faramir sul recente veNERDì al Madigan's. Porte aperte a chi volesse intervenire la prossima volta. Via Twitter o tramite questo blog fate un fischio.

In un clima ancora estivo, si ritrovano al Madigan’s Pub i probi pionieri del #veNERDì (e questo appellativo sarà chiaro leggendo fino in fondo il report della serata) Simone, Jacopo, LucaGGi, il Mojo e Faramir; grande assente Glorfindel, per motivi di salute, sperabilmente ignoti ad un altro mutual friend assente, che gli twittava pochi giorni fa un ‘sei vivo?’ alquanto gufesco.


Ma i gufi non sono quello che sembrano, sicché la serata è stata un po’ tutta all’insegna del ritorno di Twin Peaks, a cura dei suoi creatori originali, David Lynch e Mark Frost, nel 2016 – per un sequel alle vicende interrotte nel 1991 che rende a posteriori veritiera la promessa di Laura Palmer, a Cooper nella Loggia Nera, che si sarebbero rivisti dopo 25 anni. Gli effetti di una notizia del genere sul fandom universale sono stati devastanti: nel suo piccolo, chi scrive ha perso istantaneamente interesse per molte delle serie ripartite da poco (segnatamente Homeland, The Walking Dead, Person of Interest) e per quelle che lo faranno a breve (Game of Thrones su tutte), dichiarando che per i prossimi due anni guarderà solo Twin Peaks, Fuoco Cammina con Me, omaggi (il Wayward Pines di M. Night Shyamalan?), parodie (la puntata Dual Spires di Psych), Missing Pieces, backstage, blooper, interviste,  documentari e ogni cosa riguardi la cittadina che tanto ha segnato l’immaginario di molti di noi. Nel 2015 uscirà anche un romanzo di Mark Frost a raccontare cosa vi sia successo in questi cinque lustri, ma nel frattempo c’è modo di studiarsi approfonditamente la faccenda, a partire dall’ultimo libro su Twin Peaks pre-annuncio di Lynch: Reflections. An oral history of Twin Peaks, di Brad Dukes.

Ma vale davvero la pena piantare tutto ciò che non è Twin Peaks? I presenti giurano che Person of Interest meriti di essere comunque seguita, e sicuramente la lunghezza mai eccessiva garantisce una maggiore visibilità alle serie britanniche (tra le quali attendiamo le nuove stagioni almeno di The Fall, Black Mirror e Sherlock). Utopia, peraltro, non è stata rinnovata per una terza stagione, per il disappunto di molti. C’è l’oggetto misterioso Intruders, con protagonista John Simm, prodotta da BBC America e enigmatica tanto da essere soporifera... e poi c’è Doctor Who, che l’affetto più che l’interesse ci impone di seguire – per cercare di abituarci al buon Peter Capaldi. Nel frattempo è uscito – in inglese, per ora – il primo (e probabilmente unico) romanzo con protagonista il War Doctor (altrimenti noto come Ottavo Dottore e Mezzo, con le fattezze di John Hurt), Engines of War, di George Mann, racconto – pare notevolissimo – della Guerra del Tempo.

sul blog ITASA potete rimanere aggiornati con l'ottimo servizio ITASA numbers

Tornando dall’altra parte dell’Atlantico, e anzi portandoci sul Pacifico, scopriamo che a fine ottobre debutta un nuovo spettacolo di wrestling, Lucha Underground, prodotto da El Rey Network di Robert Rodriguez: la cosa interesserebbe solo quelli che coltivano il guilty pleasure della lotta libera professionistica, non fosse che lo stesso network ha trasmesso la prima stagione di From Dusk till Dawn. Esatto, si tratta della serie televisiva basata sull’omonimo film di Rodriguez, quello con George Clooney, Quentin Tarantino, Harvey Keitel, Juliette Lewis, quello in cui... ma non possiamo spoilerare, perché c’è chi non l’ha visto. Dieci episodi, e ci sarà una seconda stagione: forse un’eccezione qui si può fare.
Intanto l’eccezione Faramir la farà senz’altro sulla seconda stagione di The Leftovers, dopo che la serie – basata su Svaniti nel nulla, di Tom Perrotta, anche co-sceneggiatore – ha diviso profondamente il pubblico, disorientandolo in modo magistrale. E’ proprio questa rappresentazione del disorientamento che ne fa una serie epocale, che giunge a parlare a un’umanità a sua volta disorientata e in disfacimento, come è quella di Melancholia di Lars Von Trier, sua controparte cinematografica. Come Lost è stata la manifestazione più compiuta dello zeitgeist post-9/11, introdotto al cinema da Donnie Darko, forse The Leftovers è una manifestazione matura dello zeitgeist post-crisi, introdotto sul grande schermo proprio da Melancholia.

il discusso ma affermato regista Lars Von Trier

Abbandonando le teorie sui ‘grandi cicli’, tanto care a chi redige questo resoconto, guardiamo più prosaicamente all’intensità e alla bellezza di Margaret Qualley, che nel telefilm interpreta Jill Garvey, la figlia dello sceriffo protagonista. Ebbene, costei è la figlia di Andie MacDowell, paradigma di bellezza femminile per chi ha vissuto consapevolmente gli Anni Ottanta, e che per noi nerd è soprattutto la co-protagonista di Ricomincio da capo, film imprescindibile e spesso termine di paragone per molte altre narrazioni paradossali. Come quella di Source Code, interpretato da Jake Gyllenhaal, anche protagonista di Donnie Darko – e figlio di quello Stephen che diresse uno degli ultimi episodi di Twin Peaks; o come quella di Edge of Tomorrow, recente prova sf di Tom Cruise; oppure – in qualche modo – come quella di Abre los ojos, di Alejandro Amenabar (il cui remake, Vanilla Sky, sempre con Cruise, ha l’unico merito di sfoggiare come protagonista Cameron Diaz). A questo tipo di narrazione si lega L’alba di Arcadia, di Emanuele Delmiglio, autore ed editore veronese, per la prima volta alla prova del romanzo, dopo due notevoli raccolte di racconti. Appena uscita, è una storia di fantascienza ambientata a Verona (e già questo è qualcosa di originale) che si svolge su più piani di realtà – reale e virtuale, ma chi può dire con certezza cosa è reale e cosa non lo è? Rappresentante tardivo dello zeitgeist pre-9/11, quello che al cinema era stato introdotto da Matrix, oppure qualcosa di completamente diverso? Basato sul dubbio tra chi è vivo e chi è morto, come Il Sesto Senso (sempre di Shyamalan) e The Others (sempre di Amenabar) oppure qualcosa di ancora più sottile? Sicuramente merita di essere letto fino in fondo... senza gli spoiler che il buon Caparezza accatasta nella sua esilarante Kevin Spacey:


Altro autore italiano meritevole di attenzione, Cristiana Astori sta per tornare sul Giallo Mondadori, dopo gli ottimi Tutto quel nero e Tutto quel rosso, con il nuovo Tutto quel blu, basato su una coppia di film oggetto di un appassionante quiz sul social network blu. Romanzo da comprare a scatola chiusa – meglio se una scatola blu, come quella di Mulholland Drive, che – forse contemporaneamente, ma sicuramente inconsapevoli della presenza gli uni degli altri – alcuni di noi hanno visto nello stesso cinema, il Ciak, a poche decine di metri dal pub, prima che chiudesse – come molte, troppe sale in città.
Questo incessante tornare del doppio, dei percorsi paralleli, delle coppie (di personaggi, di film, di luoghi) ci fa venire un dubbio: e se lo zeitgeist post-crisi non fosse il disfacimento della società come eravamo abituati a conoscerla, ma fosse piuttosto la duplicità? Si spiegherebbero tante narrazioni contemporanee, da Another Earth a Enemy, oppure 1Q84 di Murakami... e allora forse – attraversato lo specchio dell’ultima scena della serie originale – la rappresentazione televisiva più compiuta di questo sentire potrebbe essere, nel 2016, proprio Twin Peaks, che fin dal titolo evoca doppiezza.


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POST-ille

Donde proviene Faramir, l'ospite di oggi? De montibus aureis!


Fortunatamente è singolo e non doppio il mons che, aureum, dà il nome alla piccola Manchester che ospita chi scrive. E come – lì e allora – i fondatori della prima cooperativa (i Probi Pionieri di Rochdale, eccoli), in un’epoca che vide anche la nascita di tutti i codici noti di football (incluso quello australiano), ci si ritrova – qui e ora – a parlare di massimi sistemi davanti a una pinta, a fare comunità laddove la disgregazione è la norma.

domenica 23 marzo 2014

Continua la tradizione del venerdì al pub


Ospito volentieri in queste colonne virtuali il report dell'amico e maestro Faramir sull'ultimo #venerdìpub


The final cut
by Faramir

La cornice è quella ‘classica’ del pub Hartigan’s, teatro dei primi ritrovi del Verona Lost Group, prima incarnazione del #veNERDì – ormai sette anni fa: un eone che fa impallidire i proverbialmente pazienti Grandi Antichi di HPL. La composizione del gruppo è il ‘sestetto base’ Faramir, Luca G, il Mojo, Jacopo, Francesca e il neoinserito nella Twitter Nation Valerio. La conversazione fluisce con l’agio del buon sidro seguendo percorsi tortuosi e affascinanti, come è consuetudine di questi ritrovi, spiraleggiando (come il Segno Giallo?) dal passato al futuro e dagli auspici ai ricordi.

                        

I ricordi sono quelli, freschissimi, della prima stagione di True Detective, a mani basse la miglior serie tv del 2014, anche se l’anno è lungi dall’essere finito. Una serie straordinariamente bella, per scrittura, cura del dettaglio, recitazione, regia e profondamente ‘sfidante’ dal punto di vista etico. Groundbreaking, direbbero gli anglofoni – talmente di rottura da ricordare la madre di tutte le serie di culto (e quella che per molti di noi è stata la prima ossessione televisiva), quel Twin Peaks che è accomunato a True Detective da una storia archetipica, la più antica – a dire di un ottimo articolo – perché è quella che narra la sfida tra Luce e Ombra. L’auspicio, verbalizzato da chi scrive – ma senz’altro una pia illusione – è quello che la seconda stagione di True Detective (che avrà storia e attori diversi, anch’essa autoconclusiva) possa dare una chiusura alle vicende di Twin Peaks, lasciate senza  risoluzione (almeno quella meta- o parafisica) da David Lynch e Mark Frost ormai 25 anni fa... il tempo giusto per collimare con la profezia di Laura Palmer nella Loggia Nera durante il celeberrimo sogno di Cooper.
Un omaggio, non un sequel o una conclusione, fu Dual Spires (ancora una spirale), puntata 5x12 di Psych, telefilm senza pretese, tra investigazione  e comedy, che operò una gustosissima rimpatriata di molti degli attori della serie lynchiana per un episodio di sicuro richiamo per tutti i peakers mai disintossicati. Lo stesso Psych, più di recente, ha omaggiato un altro classico da inguaribili nerd come Signori, il delitto è servito (Clue, 1985), commedia con omicidi basata sul gioco da tavolo Cluedo. La rimpatriata, nella puntata 7x05 (Psych 100), ha coinvolto meno volti noti del film originale, ma riconoscibilissimi, come quello di Christopher Lloyd (che non ha bisogno di presentazioni) o quello di Leslie Ann Warren, che nel film interpretava la Signorina Scarlet, un ruolo – apprendiamo da un’accurata ricostruzione – che avrebbe potuto interpretare Carrie Fisher, non fosse stata all’epoca persa in una spirale di cocaina, che si narra le concedesse pochi momenti di lucidità anche durante le riprese di Star Wars.
Ma True Detective non evoca solo film e telefilm, bensì anche libri – e non libri qualsiasi. Con citazione fin dalla seconda puntata, cosa che ha mandato in sollucchero coloro che, come chi scrive, cercano indizi di misteri misteriosi e possibilmente soprannaturali, True Detective ha esplicitato il nesso con uno dei più classici pesudobiblia della letteratura fantastica, Il Re in Giallo, opera teatrale che porta alla follia chi lo legga fino in fondo e che fa da filo conduttore, oltre a prestare il titolo, ad una raccolta di racconti di fine ottocento di R. W. Chambers. Oggi edito dalla piccola casa editrice lovecraftiana Hypnos, nicchia di orrore soprannaturale nel panorama editoriale italiano, ma ‘toccato con mano’ al pub in una preziosa prima edizione Fanucci, Il Re in Giallo viene ritenuto da Lovecraft in persona uno dei suoi più significativi precursori, citandolo come riferimento nel saggio L’orrore soprannaturale in letteratura. Questo saggio, vera e propria bussola per gli appassionati, annovera anche La casa sull’abisso di William Hope Hodgson, autore noto per le sue narrazioni marinare (il suo Naufragio nell’ignoto è stato di recente ristampato in Italia da Addictions-Magenes). Perché citarlo? Perché rischiare di perdersi nel maelstrom (gorgo spiraleggiante raccontato anche da Poe... e che diede il nome al Miles Straume di Lost)? Perché di mare scrive anche Horatio Clare, autore inglese che ha incrociato la nostra strada sul campo di football australiano dei Verona Wolverines, e che con il suo ultimo Down to the sea in ships sta riscuotendo un meritato successo.
Che epigoni ha avuto il Re in Giallo, o comunque il filone latamente lovecraftiano? Sicuramente il rappresentante contemporaneo più maturo della letteratura weird è Thomas Ligotti, poco concosciuto in Italia, tanto che solo il suo I canti di un sognatore morto è stato pubblicato qui da noi, da quella Elara che ha un sito che sembra uscito dritto dritto dal 1997, ma a cui dobbiamo una meritoria opera di diffusione della letteratura fantastica meno á la page, anche grazie all’edizione italiana della rivista Fantasy & Science Fiction.
Al successo di True Detective ha contribuito in maniera decisiva la recitazione di Matthew McCounaghey, capace di trasformarsi in maniera sorprendente, come nel Dallas Buyers Club che gli è valso l’Oscar o nella breve apparizione in The Wolf of Wall Street dove ruba la scena all’eterno secondo (limitatamente agli Oscar, beninteso) Leonardo Di Caprio. Si discute molto su questa seconda giovinezza artistica di McC, quasi un Secondo Avvento di un attore che forse semplicemente non aveva trovato copioni adeguati alla sua statura.
Gli autori fanno tanto, e di Nic Pizzolatto – sceneggiatore di True Detective – il romanzo Galveston si è guadagnato rapidamente la cima della pila di lettura di molti di noi. A Damon Lindelof molti invece ancora non perdonano il finale di Lost – del quale però ha recentemente parlato in pubblico, dopo un lungo radio silence – alla rimpatriata con una buona fetta del cast al panel inserito nel programma della PaleyFest.


Damon Lindelof non è coinvolto nella produzione dell’Episodio VII di Star Wars, che apprendiamo fosse stato già scritto da George Lucas (come parte di un’ennealogia) fin dai tempi della trilogia originale, ma ‘tenuto nel cassetto’ perché tecnicamente irrealizzabile. Oggi il giocattolo è in mano a J.J. Abrams ma – come per quello cui mette mano Lindelof – lo scetticismo prevale sull’ottimismo. Del resto, non solo da trekkies integralisti sono piovute critiche su Star Trek Into Darkness, con Benedict Cumberbatch nei panni di Khan. Lo Sherlock della BBC è stato di recente in 12 anni schiavo e le sue capacità attoriali sono comunque fuori discussione, tanto che la sua voce dà allo Smaug di The Hobbit una profondità – a dire dei critici di quest’altra, stiracchiatissima trilogia – immeritata. Qui Cumberbatch incontra, nei panni di Bilbo Baggins, il ‘suo’ Watson, Martin Freeman, che è  coinvolto nella realizzazione di una imminente serie televisiva tratta da Fargo dei fratelli Coen. A proposito di stiracchiamenti.
Seconde o successive stagioni che stiamo aspettando più o meno con ansia ce ne sono varie, da Broadchurch a The Fall, da Bates Motel a Game of Thrones. A proposito di quest’ultima saga, è ormai un termine di paragone ineludibile quando si parla di (fanta)storia e di abbondanza di grazie maschili e femminili. Vikings non fa eccezione, ma evoca anche il lisergico Valhalla Rising, di Nicolas Winding Refn, con un taciturno Mads Mikkelsen. L’attore danese è l’ultima incarnazione di Hannibal Lecter, nel prequel tv Hannibal alla trilogia tratta da Thomas Harris, alla quale non viene comunemente ascritto quel capolavoro del 1986 che è Manhunter: frammenti di un omicidio, film genuinamente agghiacciante di Michael Mann, in cui lo psichiatra cannibale era interpretato da Brian Cox. Cox presta, coincidenza significativa (significativa perché ne abbiamo parlato senza saperlo), la voce al sistema operativo Alan Watts in Lei, film ancora nelle sale che chi ha visto reputa straordinario.
Questa caccia alle citazioni, alle coincidenze significative, agli indizi nascosti in piena luce, fa il paio con quel gioco – di cui in pochi sapevamo – che risponde al nome di Geocaching e che è un misto tra caccia al tesoro e bookcrossing, tra analogico e digitale, e che potrebbe riservare sorprese – prevalentemente paesaggistiche – per chi lo praticasse.



La spirale si riavvolge su percorsi noti, come i libri di Stephen King – l’ultimo dei quali, Doctor Sleep, sequel di Shining, è in corso di lettura sonnacchiosa da parte di qualcuno di noi – o i documentari che ne analizzano da prospettive ‘laterali’ gli adattamenti – come il delirante Room 237 – o i libri che lo stesso Re (non in giallo) consiglia – come Dominion di C.J. Sansom, variazione sul tema ucronico della vittoria nazista nella Seconda Guerra Mondiale – o quello che i suoi figli scrivono, come Joe Hill e il suo recente NOS4A2, per non parlare del fumetto che sceneggia, Locke & Key, la cui prima miniserie si intitola (guarda caso – nulla avviene a caso, direbbe Locke) Benvenuti a Lovecraft, o altre rotte apparentemente circolari, come quella dello Snowpiercer, treno-arca tra i ghiacci rappresentato dal film coreano ispirato al fumetto francese Transperceneige.
E potremmo andare avanti a lungo, ma Si alza il vento ed è tempo di prendere il volo, con la fantasia del protagonista del nuovo film di Miyazaki... ma auspicabilmente non con le prospettive dei piloti dei suoi aerei.
Non li abbiamo citati, ma tra nascondigli nel terreno e spirali aeree, c’è un verso di una canzone dei Pink Floyd, dalla quale – e dall’album omonimo – mutuiamo il titolo di questo post, che ben sintetizza il percorso che abbiamo condiviso, e che merita di essere posto a chiusa del modesto contributo da ospite che chi scrive, grato, ha dato a questo blog.


And far from flying high in clear blue skies
I'm spiralling down to the hole in the ground where I hide. 

lunedì 20 gennaio 2014

[RePost]: Binari

già pubblicato su Posterous, May 5 2012, 10:15 AM by Luca Guerreschi


[ dedicato a tutti gli amici del #veNERDì ]


Di sera la città era particolarmente luminosa. Nonostante questo, le strade del quartiere si presentavano quasi sempre deserte. La maggior parte degli abitanti di Trastevere preferiva, dopo aver abbondantemente cenato, rimanere nelle proprie umili dimore, forse a bere un altro bicchiere o magari a fumare, di sicuro a conversare in famiglia; o al limite, i meno pantofolai – il che è tutto dire - amavano ritrovarsi in qualche locale maleodorante e possibilmente poco illuminato. Le passeggiate erano attività da signori, da benestanti. Robe da ricchi.

Ma il fumo era pur sempre fumo e Giuseppe quella sera aveva finito le sue sigarette. Fu così che salutò la moglie e uscì dalla porta, sogghignando al ricordo di tutte quelle ridicole dicerie che avevano reso leggendario, se non mitico, l'abbandono del tetto coniugale da parte dei mariti fumatori. Eh sì, dopo una giornata di duro lavoro, tra i figli dei figli che, benché quasi maggiorenni, piangono perché vogliono libertà e soldi per andare a spassarsela e la fidata moglie che, pur amorevole, dà – ahimè – la sensazione di brontolare per almeno un'altra oretta, come si fa negarsi una sigaretta? Una sigaretta non la si nega a nessuno, nemmeno al peggiore dei criminali. Raggiungere l'amico Mattia gli avrebbe permesso di rimediare a questo inconveniente e magari di rilanciare con una capatina ai “Tre Orsi”, così tanto per gradire: quella sera alla radio avrebbero trasmesso la finale di pugilato. La diretta tv era riservata ad altri sport.

Se solo non avesse “cominciato a fumare” quella sera di luglio di tanti anni prima...


[ voce alla radio ]: «Oggi, 12 luglio 1950, Tiberio Mitri, “la Tigre di Trieste” sfida “il Toro del Bronx” Jack La Motta, in un incontro valido per il titolo mondiale dei pesi medi. Signori miei, la Tigre contro il To...»


Improvvisamente per Giuseppe i ricordi si fecero confusi e ricomparve in lui quella strana sensazione. Tutto ciò che era appuntito sembrava penetrargli la retina; i suoni raggiungevano ovattati le sue orecchie, quasi dando la sensazione che qualcosa nella sua testa si stesse spegnendo.


[ dall'autobiografia di Tiberio Mitri ]: «C’era fumo, faceva caldo. Chissà se potevo rovesciare tutto. Ci provavo. Tentavo. Senza armi contro il Toro. Nella mischia senza risparmio, incassavo, colpivo. L’ho cercato e voluto io questo incontro e adesso vado fino in fondo …»


Giuseppe provò a reagire a quella sensazione di stordimento. Mattia gli avrebbe presto aperto la porta di casa, se solo fosse riuscito a percorrere il mezzo isolato che ancora mancava.


[ voce alla radio ]: «Mitri perde molto sangue dal sopracciglio sinistro, barcolla irreparabilmente, ma sembra resistere in modo eroico agli attacchi del Toro del Bronx, ai suoi colpi duri come pietre. Riuscirà ad evitare il K.O.?! Mancano solo due ...»


Il risveglio all'ospedale non fu dei migliori. Mattia aveva vegliato tutta la notte, dopo averlo soccorso. Giuseppe fu stupito, ma non più di tanto, di non vedere Elsa accanto a lui. Stava sicuramente preparando la colazione per i nipoti, prima che andassero scuola. Se non ci fosse stata Elsa ...


[ Il Messaggero, 13 luglio 1950 ]: «Accecato dalla gelosia per il comportamento disinibito della moglie alla disperata ricerca di un contratto cinematografico a Hollywood, il pugile Tiberio Mitri avrebbe affrontato La Motta distratto e nervoso.»


Era stato un febbraio freddo. Elsa lo aveva sempre aiutato a superare i momenti più difficili della sua vita. Ma adesso che, alle soglie della pensione, lei non gli era accanto in questo ulteriore momento di prova, il suo senso di smarrimento sembrò improvvisamente trasformarsi in qualcosa di terrificante.


[ dall'autobiografia di Tiberio Mitri ]: «Molti avevano trovato scuse per le mie sconfitte incolpando situazioni e persone vicine a me, ma io no. Mai. Bisogna essere onesti con se stessi. Me stesso. Non ce l’avevo fatta a superare ostacoli più grossi».


Un brivido gli corse lungo il braccio destro, risalendo fino alle spalle. Poi, finalmente, Giuseppe si addormentò profondamente, e non a tratti, come lungo tutta quell'infernale nottata... Il tifo era indiavolato e lo zio Franco non si era accorto di quanto abilmente lui gli avesse sottratto l'ultima sigaretta ... Eh sì che lo zio era stato molto chiaro su quella faccenda del fumo ... Al risveglio, non ci fu più bisogno dei sedativi; quella strana sensazione non ricomparve più, almeno per qualche giorno.


La prima volta a nove anni fu terribile. Lo zolfanello gli sfuggì di mano, subito dopo aver preso fuoco: la capocciata rimediata sotto la tavola dell'osteria fu memorabile. Del resto fu l'ultima volta che vide zio Franco, anche se qualche anno dopo ebbe modo di visitare la cella che aRegina Coeli era stata del fratello di mamma. L'irruzione della polizia, quella sera, fece piazza pulita di molti dei delinquenti tra i più scatenati della zona.


Nel 1954 il boxeur divorziò da Fulvia Franco e nel maggio dello stesso anno riconquistò il titolo europeo in maniera rocambolesca, stendendo dopo pochi secondi con un poderoso sinistro l’inglese Randolph Turpin (uno dei pochi pugili ed essere riuscito a battere “Sua Maestà”, Ray Sugar Robinson).
Ma furono soltanto gli ultimi fuochi di una gloriosa carriera.
Mitri non riuscì mai più a tornare il campione invincibile dei tempi d’oro. Appese definitivamente i guantoni al chiodo nel 1957 con un score di tutto rispetto: 101 incontri disputati con 88 vittorie, 7 pareggi e solo 6 sconfitte.
Ancora giovane e famoso, sfruttò la sua notorietà tentando di riciclarsi nel cinema e nei varietà televisivi. Recitò ne “I soliti ignoti” con Totò e ne “La grande guerra” al fianco di Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Ma dal 1975 in poi anche la sua avventura come attore terminò quasi del tutto. Le foto in posa da boxeur sbiadirono, i soldi terminarono, la gloria svanì.

[ Almanacco del Pugilato ]: Poco prima di morire, un cronista gli chiese di parlargli dell’incontro di New York. Il vecchio Tiberio, con la mente ormai offuscata dagli anni e dalle botte, rispose sorpreso: «Jake La Motta? Questo nome non mi dice niente.»


Alle sette del mattino del 12 febbraio del 2001, sarebbe cominciato per Giuseppino Canapone l'ultimo giorno di lavoro su quella linea così trafficata.

Alle sette del mattino del 12 febbraio del 2001, il treno Roma-Civitavecchia travolse all’altezza di Porta Maggiore un uomo dall’aspetto trasandato, di circa settant’anni, pantaloni grigi, camicia bianca e un cappello beige. Già sfigurato prima dell'impatto, il volto di quell'uomo, visto camminare in stato confusionale lungo i binari, ai suoi primi soccorritori non disse niente. Il cadavere giunse verso mezzogiorno all’obitorio di Roma, dove gli venne applicato un cartellino con la scritta “sconosciuto”.

Giuseppe era sempre il primo ad accorrere sui binari nei casi di emergenza. Invece trascorse quella mattina in un anonimo letto d'ospedale, senza dire niente. Nulla lo sembrava sfiorare. Quando si svegliò nel pomeriggio, gli infermieri stavano discutendo di un film visto la sera precedente, nel quale quell'attore famoso tanto caro a Scorsese era stato capace di incredibili trasformazioni. Dal canto suo Giuseppe, pensò di continuare a preferire la radio. Quando la accese, il radiogiornale delle 17.30 stava finendo di comunicare che un'ordinanza del Ministero della Sanità aveva intensificato su tutto il territorio nazionale la sorveglianza della malattia di Creutzfeldt-Jakob, patologia meglio nota come “morbo della Mucca Pazza”.



domenica 7 aprile 2013

SFOGLIANDO UN TRIFOGLIO

Titoli di testa: veNERDì 5 aprile 2013, in ordine di apparizione, superati brillantemente i problemi di parcheggio, si sono presentati all’ombra (non dello Scorpione!) del trifoglio, presso il Celtic Pub di via Santa Chiara a Verona, @JacopoPrisco @LucaGGi @faramir_73 @ilmojo.

Dopo il riscaldamento a base di birre e sidro, ci siamo aggiornati sul football australiano, la nuova passione che ci accomuna, che speriamo anche ci renda più atleti e meno sedentari.
Certo il tempo sfavorisce i nostri allenamenti, perciò attendiamo fiduciosi (?!) conferme dell’arrivo della primavera. A tal riguardo una doverosa citazione de “Il Corvo”


Abbiamo poi fatto il punto sul corso proposto dal Centro Audiovisivi di Verona sulla serialità televisiva: interessante e stimolante sicuramente!
E subito, non a caso abbiamo virato sulle Serie Tv on air, in particolare proponendo aggiornamenti e teorie su “Game of thrones”.
Dai telefilm ai film è solo questione di poche sillabe: e via allora con la filmografia Neil Marshall, in attesa dell’imminente uscita di altro genere di film, come quello su Hitchcock (da vedere, intanto, almeno il pilot di “Bates Motel” per non farsi mancare qualche brivido).
Ma la “regola”, o meglio il piacere, del veNERDì, per dirla con Goethe, è la divagazione, speriamo intelligente.
Perciò via con l’evento “Wrestlemania”, nonché la micro-analisi della relativa trentennale disciplina sportiva e non solo, che ha oltretutto ha favorito gli esordi giornalistici di Faramir.
In onore del Mojo e della sua Villafranca, ecco poi l’hockey su prato (con Villafranca, appunto, capitale europea) e l’hockey in linea, del quale in molti non conoscevamo l’esistenza.
Un breve riferimento alla Serie Tv “Black Mirror” ha preceduto il minuto di silenzio per la LucasArts che ha pensato di chiudere la Disney: no comment.
I pesci d’aprile di Google ci hanno ben presto rallegrato e risvegliato, come del resto l’arrivo al pub anche di Valerio.


Spazio poi a “The Dome” di Stephen King, alla riduzione televisiva in anteprima e ai racconti in genere di questo prolifico scrittore.
Il clou? Naturalmente… col Doctor Who… e il periodo delle medie! Ti ricordi di… purtroppo con qualche nota triste, visto che su questa terra siamo tutti solo di passaggio.
Meglio, perciò, tornare a fare il bilancio dei primi passi nello svizzero mondo del football australiano, rimembrando la nostra prima partita. La nostra prima volta!
A proposito di prime volte… Star Wars… in realtà Faramir ne ha visto un pezzetto con i figli…
Ma lui ha preferito parlarci delle foto di scena di Twin Peaks e delle sceneggiature di Andrew Niccol.
Lui, che è un po’ il nostro Mèntore, ci ha intrattenuto con le vicende di Dusan Davoli alias Khal Drogo

https://www.youtube.com/watch?v=9eJn9jHFrkg

Un saluto al nostro @lost_glorfindel al quale abbiamo dedicato la citazione sugli zombies e Tullio Avoledo, prima di prepararci per andarcene alla chetichella e a scaglioni, accompagnati dalla musica dei Genesis in sottofondo, ma non senza aver ancora parlato di Papa Francesco (i suoi Tweet sono disponibili anche in latino!), del Museo del Cinema presso la Mole Antonelliana di Torino, del software “Stellarium” per "cominciar a veder le stelle".

Via coi titoli di coda, ricordando che la consulenza informatica della serata è stata curata in modo particolare da Jacopo. Propongo, infine, che ogni volta il resoconto sia affidato a "una penna" diversa, per vivacizzare ancor di più la nostra allegra brigata.