Santa Maria in Valena (Valpolicella, VR)

giovedì 28 marzo 2013

SERIE TV 4: IL SALTO DELLO SQUALO


In questo quarto incontro sulla serialità televisiva, il bravissimo relatore MARIANO DIOTTO ci ha introdotto nel mondo in continua evoluzione del teen-drama.
Alzate il volume! Grazie alle sigle dei nostri telefilm più o meno preferiti le emozioni sono assicurate.
Il nostro corso ha fatto stasera, in senso positivo, il salto dello squalo! 




PER ENTRARE IN ARGOMENTO

Il teen-drama è molto di più di un semplice prodotto per adolescenti. In esso troviamo certamente riprodotto il mondo dei giovani; lo spazio dei protagonisti è ancorato sui giovani; il target, idem.
Inoltre c’è da considerarne la diffusione nazionale ed internazionale (in assoluto quella made in U.S.A.); la narrazione, a carattere episodico, aspira alla lunga gittata e segue un format simile, ma allo stesso tempo nettamente diverso, da quello della soap-opera.
E’ questo un mondo che trovava ospitalità un tempo esclusivamente sui canali generici, mentre oggi molto di più la trova sui canali tematici, con lo scopo di allungare sempre di più la vita televisiva di un cast tendenzialmente stabile (e per questo vincolato solitamente con contratti di almeno sette anni).
Ci sono poi precisi tempi di registrazione (a primavera inoltrata) e di trasmissione (fine estate). Solo se la mid-season avrà funzionato (la misura dei tredici episodi) allora la stagione si allungherà (oltre i venti episodi).
Siamo pronti – come sognato da ogni produttore, anche il più scalcinato – ad affezionarci e a crescere insieme alle nostre serie preferite?




COSA CI HA PORTATO LA CICOGNA?

Il teen-drama televisivo nasce il 15 gennaio 1974 sulla ABC sotto il segno di “Happy Days”.


(1974 – 1984) CANALE ABC, 11 STAGIONI, 255 EPISODI

L’ascendente è talmente forte che, un po’ come al cinema, da quel momento in poi per molti attori sarà impresa ardua quella di togliersi addosso il nome-etichetta del protagonista.


IN VIAGGIO ATTRAVERSO NUOVE COSTELLAZIONI…

Inscenare il mondo degli adolescenti (dai tredici ai diciannove anni, tanto per fornire le coordinate del teen-drama americano) è una scelta prolifica e vincente, con tanto di creazione di un parallelo universo di merchandising pronto ad espandersi.
“Happy Days”, in maniera esemplare, dà presto vita a vari (più o meno canonici) spin-off: “Mork & Mindy”, “Laverne & Shirley”, “Le ragazze di Blansky” (con un giovanissimo Scott Baio), “Out of the blue”, “Joanie loves Chachi” (in contemporanea con lo stesso “Happy Days”).




… UN LUNGO VIAGGIO!

La NBC scende in campo nel 1979, ben determinata a conquistare il pubblico di prima serata.


(1979 – 1988) CANALE ABC, 9 STAGIONI, 209 EPISODI

La famiglia americana, ma non solo essa, comincia a disgregarsi e il mondo del college diventa luogo di aggregazione e di iniziazione alla vita, proponendo già un’interessante gamma di stereotipi, qui rigorosamente al femminile.

La TV – è risaputo -  è soprattutto business e le produzioni in grande stile vi trovano terreno fertile, specie nella Los Angeles dai set perennemente illuminati da una luce avvolgente.
Nel 1982, intanto, da New York arriva


(1982 – 1987) CANALE NBC, 6 STAGIONI, 136 EPISODI

con una sigla che comincia ad essere parlata, in una serie che porta dentro di sé tutte le caratterizzazioni e gli stereotipi  del teen-drama. Si prosegue da un film per arrivare in tempi più avanzati alla contaminazione con lo sfolgorante mondo del musical, fino all’italiano “Amici”, per cui Maria De Filippi dovrà, per questioni di diritti d’autore, rifare il maquillage all’originario “Saranno famosi”.

Nel 1989 la Fox, che fin dagli anni ’70 ci ha regalato grandi telefilm, ci propone anch’essa dei teen-drama.


(1990 – 2000) CANALE FOX, 10 STAGIONI, 296 EPISODI

Il pugno, nato quasi per sbaglio, che connota la sigla, ci apre (per i telefilm) il nuovo(ma non poco problematico) mondo del successo e del reddito elevato: comincia lo “sdoganamento” di problematiche giovanili quali droga, alcol, sesso, omosessualità. E’ forse il primo vero e proprio fenomeno planetario di esportazione, che fa la fortuna del mitico Aaron Spelling, che nonchalance regalerà alla figlia Tori un ruolo da co-protagonista.

Nel 1992 la Fox “rincara la dose” con


(1992 – 1999) CANALE FOX, 7 STAGIONI, 226 EPISODI

Il mondo del teen-drama sfonda quota venti (l’età, sempre meno teen, dei protagonisti) e impone attori allora esordienti e ancora oggi presenti in altre produzioni, nelle quali attualmente impersonano quantomeno ruoli adulti o magari (salto della barricata) da genitori.

Insomma, dopo le famiglie più o meno idilliache (“La famiglia Bradford”, “Casa Keaton”, etc.), largo ai giovani… senza famiglia!



(1994 – 2000) CANALE FOX, 6 STAGIONI, 142 EPISODI

Un Matthew Fox giovanissimo ancora non pensa a intraprendere… altre carriere!

I genitori? Meglio se non ci sono.


ANNI NOVANTA: L’ETA’ DELL’ORA DEL TEEN DRAMA

La spinta “realista” della Fox continua.


 (1998 – 2003) CANALE FOX, 6 STAGIONI, 128 EPISODI

Il teen-drama raggiunge il suo apice, per poi attraversare, verso fine decade, un deciso calo di ascolti.


IL SALTO DELLO SQUALO

Quando un telefilm diventa meno credibile, quando dopo un determinato episodio qualcosa si scolla nel rapporto tra pubblico e serie, in termini critico-televisivi si parla di “salto dello squalo” (forse in riferimento a un episodio di “Happy Days” nel quale Fonzie fu protagonista esattamente di quel tipo di salto).



I teen-drama faranno nel nuovo millennio un salto, inteso però in senso (pro)positivo: riusciranno in buona sostanza a garantirsi nuova vita, imboccando vie alternative, a partire da sigle sempre più simili a mini-spot, sigle che lasciano in eredità i titoli di testa all’incipit della trasmissione.


TRA FANTASY E CANALI TEMATICI

A fine anni Novanta ecco la svolta del fantasy.



 (1998 – 2006) CANALE WB, 8 STAGIONI, 178 EPISODI

Inoltre, si diffondono via via, con largo anticipo rispetto all’Italia (che oltretutto, fino ad allora, aveva importato molti telefilm, e non solo i teen-drama, con colpevole ritardo), nuovi e numerosi canali tematici.
A partire dal 1996 ecco apparire la UPN, con titoli (tra gli altri) come “Tutti odiano Chris”, “Girl friends”, “Buffy”, “Roswell”, “Veronica Mars”.
Nel 2001 è il turno della ABC FAMILY che (in estrema sintesi) esemplificherei con “Kyle XY”, “Greek”, “La vita segreta di una teen-ager americana”, “Switch at birth”.
Il 2002 è l’anno di TEEN NICK, che (ad esempio) propone “Degressi”, “Summerland”, “Laguna beach”.
A partire dal 2006 CW ci regala i successi si “Supernatural”, “Smallville”, “Gossip girl”, “One three hill”, “Merlose Place”.
Il target giovane (dall’infanzia alle medie) viene poi bersagliato da NICKELODEON (2004) e da DISNEY CHANNEL (1997). In particolare quest’ultimo canale ha traghettato verso il successo Hanna Montana, Jonas Brothers, Britney Spears. Sentitamente, ringraziamo (se siamo nati dopo il 1993)!?


BREVE ZOOM SUL NUOVO MILLENNIO

Superato il “millennium bug” si definiscono in modo abbastanza preciso le sottocategorie del teen-drama.

SCI(ENCE) – FI(CTION)
FANTASY
ADVENTURE
COMIC
TEEN
MISTERY
NEO-ROMANTIC
SPORT
RELIGION
SEX

Di conseguenza i principali network si spingono in imponenti produzioni per ‘competere con le’ e ‘controbattere alle’ proposte monotematiche.
Dal 2001 al 2011 ecco il racconto (dalle connotazioni prequel) di “Smallville”, oppure dal 2003 al 2007 fa la sua comparsa THE O(range) C(ounty) che rafforza un nuovo modo di comunicare, in un mondo telefilmico nel quale le sigle (musicali) finiscono per costare quasi come (o di più) della produzione stessa del serial.



Si rafforza, inoltre, il dualismo del bene contro il male, il confronto tra i ragazzi buoni e i ragazzi cattivi.
Molto di recente si sono ancor di più inaspriti i toni CONTRO i canoni buonisti, ad esempio con “Misfits” (sul fronte inglese), “Skins” (sempre dall’Inghilterra), “Fisica o Chimica” (dalla Spagna).

Sul fronte sportivo grande è il successo di “One three hill”, centrato sul basket, una serie che tra l’altro ha visto i protagonisti abbandonare la scena all’apice del successo.

Il soprannaturale, a metà del 2005, viene coniugato al maschile in “Supernatural”.

E, andando sempre più avanti con gli anni, verso tempi di crisi, l’effetto placebo di chi sta comunque bene economicamente è garantito da “The gossip girls”.

Il vampirismo è ben raccontato in “Teen Wolf”; si crea l’abbinamento tra telefilm di culto e canali tematici, accoppiata che forse raggiunge le sue vette (per la capacità di scrittura e il gran ritmo narrativo) in “The vampire diaries” (giunto attualmente alla sua quarta stagione).

Dal 2010 il teen-drama “si sposa” col mondo social approdando su Facebook o generando particolari #hashtag Twitter, per non parlare del connubio col mondo talent (show) per stabilire chi può partecipare ad una nuova stagione di “Glee” (e permettendo alla protagonista Lea Michele di cantare al Superbowl).

L’importante però è allungare il proprio successo, far affezionare gli spettatori dei serial anche ai nuovi personaggi: la ripartenza (il “salto dello squalo”… ma in positivo!) è così garantita!


CHIUSI NELLO STIVALE

E in Italia? Le grandi produzioni americane arrivano finalmente in Patria molto più a ridosso della loro primitiva messa in onda (anche se l’invidiabile - ma non sempre nei telefilm - doppiaggio italiano vincola ancora molto, per costi, la celerità d’uscita).
Il panorama nostrano è sempre però molto dipendente fa format stranieri (es. gli stessi “Cesaroni”): per avere proposte interessanti di teen-drama possiamo forse guardare a “Grandi domani” (2005) o a “I liceali” (2008 – 2011)?


IN CONCLUSIONE

I teen-drama, come naturale, sono molto cambiati d’aspetto rispetto alla loro nascita negli Anni Settanta.
Da sempre essi ci raccontano alcuni particolari della vita degli adolescenti, soprattutto gli aspetti problematici. Si è peraltro accentuato, mano a mano, il depotenziamento della figura adulta, è cresciuto l’elemento legato al mistero, la sessualità si è fatta sempre più esplicita. Da sempre essi finiscono con l’imporre modelli e stereotipi e per favorire processi di imitazione.

L’obiettivo è di certo il business commerciale, ma i teen-drama hanno il pregio di raccontare e a volte di precedere la società. Sono del resto ancora oggi presenti i principali stereotipi del mondo giovanile: belli e dannati; nerd (perlopiù ingenui e “sfigati”); ragazze brave ed ingenue (quelle che - ma va là?! - rimangono puntualmente incinte); ragazze affascinanti e libere sessualmente; la fisicità come prodotto commerciale (ormai sempre più declinata al maschile); poveri che possono diventare ricchi; il denaro e la posizione sociale come valore assoluto e massima aspirazione. C’è però da segnalare parimenti un ritorno alla riaffermazione di valori importanti, legati alla riconquista di una dirittura morale.

L’affascinante mondo del teen-drama ha in fondo il grande pregio di raccontarci il mondo dei giovani, attraverso i giovani, investendo sui giovani. Chissà quanti di noi in queste giornate elettorali non hanno pensato…
LARGO AI GIOVANI!

SERIE TV 3: I VOLTI DI TWIN PEAKS


Sigla iniziale: le note di Angelo Badalamenti ci scaraventano ‘ex abrupto’ nel mondo dei 51.201 abitanti di Twin Peaks. Comincia così la magistrale lezione del prof. Alessandro Tedeschi Turco, interamente dedicata ad uno dei serial in assoluto più innovativi della storia del piccolo schermo. Eccovi la mia breve, modesta e non fedele trascrizione, costruita su alcuni spunti prima scelti e rielaborati a piacere, poi raggruppati per piccoli paragrafi.



LYNCH & FROST

La firma autoriale è doppia(!), praticamente inscindibile: un affermato sceneggiatore @mfrost11 (il suo Hill street blues è stato uno dei caposaldi della nuova serialità televisiva, specie in Italia) si accompagna a un grande cineasta @DAVID_LYNCH, che a lungo ha vissuto e sognato il cinema, prima di privilegiare la meditazione trascendentale e le piccole manifatture in legno.
La “premiata ditta” sbanca il palinsesto ABC nelle stagioni 1990 e 1991, innovando decisamente la vita dei serial tv e integrando con perizia sviluppi orizzontali e sviluppi verticali della scrittura telefilmica.
Un pilot, trasformato poi anche in una specie di film, sei puntate (per una Season1 a connotazione fortemente grottesca) e altre ventidue puntate (con il prevalere nella Season2della direttrice surrealistico-metafisica), senza contare il prequel Twin Peaks: Fuoco cammina con me!: ecco a voi le ventinove puntate del (sempre più) fatato mondo di Twin Peaks.



LA SFIDA TELEVISIVA

Già da tempo registi più o meno affermati hanno vissuto il cosiddetto b-movie e la scrittura per il piccolo schermo come vera e propria palestra di regia e come terreno di sperimentazione.
Il fatto invece di portare una prospettiva eminentemente cinematografica e sperimentale dentro ad un serial tv, più che una sfida, è una vera e propria rivoluzione, che contamina (nel senso più nobile, latino, del termine) il terreno telefilmico, fino alla germinazione: la sperimentalità e il broadcasting made in U.S.A., tradizionalmente gelidi tra loro, riescono, seppur per poco, a convivere, e così a figliare. Di lì a breve compariranno X-files e E.R.




LA MISURA DELTEMPO NARRATIVO

I tempi (co)stretti che impone il lungometraggio (Lynch ne aveva fatto le spese con Dune, ma si presentava con il sicuro bagaglio di Blue Velvet e del suo splendido incipit)


e le idee del film e dei film (leggi: personaggi che occhieggiano ai grandi classici di Ford e Wilder, nonché la rifunzionalizzazione di intere stagioni del cinema U.S.A., specie anni’50) vengono reimpiantate da Lynch (in questo senso meno da Frost, che padroneggia più lo script rispetto alla messa in scena) su un terreno eminentemente televisivo.
Sono due i grandi riferimenti a livello narrativo: la soap-opera e la struttura gialla del thriller/poliziesco americano, abilmente reinterpretati e ripercorsi.
Se invece volete “scientemente” immergervi nella deriva filosofico-lisergica (un bel po’ indigesta al nostro stimato relatore, il quale però ne conosceva bene le implicazioni fino a citare la Società Teosofica cofondata da Helena Petrovna Blavatsky e a suggerire la lettura di Roberto Manzocco Twin Peaks, David Lynch e la filosofia) vi allontanereste tutto sommato dal taglio cinematografico seguito in questo corso.


GALLERIE

Chi c’era in quel (tele)film? Ecco la vera domanda per condurre una lucida (!?) analisi.
In definitiva, la definizione dei personaggi è la definizione dello stile, e viceversa!


Twin Peaks



cittadina che predomina già da una sigla privata di personaggi e di riferimenti alla trama, per lasciare spazio al paese, ai boschi e ai meccanismi meccanici.


Laura Palmer (Sheryl Lee)



nome in parte tratto da Vertigine di Otto Preminger.


L’agente speciale Dale Cooper (Kyle McLachlan)



amante dei dolciumi, del caffè, della cordialità, almeno fino a quando non lo faranno “alterare”.
(Per questi ed altri personaggi clicca e sfoglia...)


IN CABINA DI REGIA

Lynch e Frost incanalano con mano sicura (ma non sceneggiano e dirigono tutti e ventinove) gli episodi del serial. Inoltre, i tentennamenti del network ABC, specie nel corso della seconda stagione, non garantiranno tutto l’appoggio necessario al lavoro dei Nostri, facendo sì che il risultato sia qualcosa di straordinariamente altro.
Se poi consideriamo che la Prima Guerra del Golfo calamitò l’attenzione statunitense e mondiale con ciò che meglio sa fare la Tv, ovvero la diretta (ricordo ancora prima le immagini tv e poi la lettura, tutta d’un fiato, dell’esperienza di Peter Arnett, ultimo giornalista “occidentale” rimasto in Iraq), il quadro è già più chiaro. Insomma, per misurarne il reale spessore, occorre sempre guardare alle puntate di un serial tv nel momento e nel contesto esatto in cui le stesse sono state trasmesse: solo così sarà possibile capire il vero perché di determinate scelte narrative.
Nella “stanza dei bottoni” tutto viene sapientemente plasmato da Lynch e Frost, legato dai vari registi chiamati a supporto e reso vivo e imperituro dal commento musicale di Angelo Badalamenti.
Grazie all’uso accurato dei piani sequenza (nonché di alcuni celebri carrelli inquieti che hanno fatto scuola, come ad es. nel Donnie Darko di Richard Kelly), alla proposta di dialoghi raffinati (seppur talora asciugati da ogni referenzialità, quasi ad occhieggiare al teatro di Pinter o di Beckett), a determinate scelte stilistiche (il rovesciamento dei clichés U.S.A., lo sfuttamento del linguaggio di soap-opera, college-film, horror-movie, splatter) e a determinate scelte tecniche (camere a mano, particolari punti-luce, effetti stroboscopici) vengono riversati nel piccolo schermo precisi stilemi cinematografici.
Aggiungo io: tutto ciò si rivela profondamente “lynchano”, e va oltre una semplice lettura onirico-filosofica. Tutto ciò ha molto più a che fare, secondo me, con le capacità rappresentative dell’arte e con la riflessione sui suoi limiti, anche nei rivoli più “diversi” (ricordiamoci che Lynch è estimatore del pittore Francis Bacon e della sua pittura del sommerso).
E’ in definitiva il grande gioco dello svuotamento delle forme, ovvero una delle linee-maestre di tutta la cultura novecentesca. Lynch e Frost propongono tutto ciò in tv negli anni ancora segnati dalla presenza, seppur non inedita, di serial come Colombo o La Signora in giallo, rifunzionalizzando da par loro una personalissima idea di cinema, cara soprattutto all’ex boy scout nato a Missoula (Montana).
E’, come detto, la linea di un linguaggio artistico che non riesce più a dire sé stesso, il racconto di un mondo che si svuota delle sue possibilità di riferimento, quasi certamente perché non le ha, o quantomeno perché non sono così direttamente rappresentabili.


MA INSOMMA: CHI HA UCCISO LAURA PALMER?

Non è mai facile gestire una traccia metafisica in un serial tv, soprattutto se andiamo verso l’epilogo. E se poi se ne accorge la produzione… son dolori!
Lynch torna dopo qualche tempo a dirigere in prima persona (e anche a interpretare) alcuni episodi-chiave della serie, per rivelarci, sempre incastonando il tutto col grande commento sonoro di Badalamenti, la natura dell’assassin(i)o di Laura Palmer, con una preciso e gigante(sco!) salto nella dimensione onirico-metafisica.

http://youtu.be/6ejwoe83uF8


(ALLORA) SI PUO’ (FORSE) VIVERE SENZA RED ROOM (?)

Risposta secca, sì.
Una capatina, però, è sempre meglio farcela



Ma non è strettamente necessario, se vogliamo limitarci a parlare di cinema e Twin Peaks, e magari usare Lynch come link per Tarantino, suo allievo mai dichiarato.
Potreste addirittura correre il rischio di rimanervi intrappolati a interrogarvi sulla natura dei sicomori, o a chiedervi chi stia dalla parte della luce e chi dalla parte delle tenebre, perduti in uno scorcio blu elettrico. Attenzione soprattutto a non perdere un braccio!



Se v’interessa, però, potreste (se non l’avete già fatto) godervi l’omaggio di Psych ad un serial che in tanti abbiamo amato ed amiamo, e magari potreste sottoscrivere una petizione inascoltata (e quasi di certo scaduta) da ormai troppi anni.




Twin Peaks opened gaps in the thin veil of our lives. Sooner or later we will sit in the light or in darkness to review our show.
LET'S ROCK!

SERIE TV 2: LA RISCRITTURA E' SERIALITA'


Nel secondo incontro di questa interessante e competente panoramica sulla serialità televisiva, l'inappuntabile relatore Simone Villani ci ha guidato con mano ferma nell'affascinante mondo dello spin-off, ovvero dei testi che nascono da altri testi.  Ecco la mia seconda – come dice il mio maestro Faramir - “blog-dispensa”.



Per dirla con Queneau, Perec, Calvino et alii dell'OU.LI.PO [ma rileggetevi, extra corso, l'imprescindibile Virginia] e per dirla con Genette, eccovi servita la TRANSFOCALIZZAZIONE, ovvero la mutazione del punto di vista.
Tom Stoppard col suo mirabile e stravagante “Rosencrantz e Guildestern sono morti”[modestamente ci avevo pensato pure io] ci aveva portato dentro la testa di questi protagonisti minori dell'Amleto, raccontando la storia del principe danese dal loro bizzarro punto di vista.

Stephen Frears ci ha mostrato il punto di vista della domestica (Julia Roberts!) Mary Reilly circa la vicenda del dottor Jeckyll e di Mr. Hyde.




Jean Giraudoux racconta la storia di Elpenor, il più che semisconosciuto marinaio dell'Iliade di Omero (ma anche òmero, come solo in parte giustamente, accentando inconsapevolmente alla greca, pronunciano alcuni mie studenti di prima media).


L'INTRIGANTE MONDO DELLO SPIN-OFF

Avete presente quando un primo piano diventa uno sfondo? No? Peccato, perché lo spin-off in fondo è tutto qui.
1974: la provincia americana, già immortalata negli American Graffiti di George Lucas (che emozione ripensare a quando, giovane e fallimentare studente sognatore, li ho visti, registrati in VHS), prende le vesti di Milwaukee in Happy Days, serie tv che figlierà per ben tre volte, con Joanie loves ChuckyLaverne & Shirley, per non parlare di (nanonano!) Mork & Mindy. Ma in fondo Happy Days fu lo spin-off di sé stesso con l'all american boy Richie Cunningham (ehilà, ehilà, ehilà: ballo sfida! - Ron Howard) centro geometrico di una serie che vedrà man mano prendere il sopravvento del giubbotto di pelle di Arthur Fonzarelli (ehi! - Henry Winkler).


All in the family “giustamente” (ovviamente secondo la perversa logica dei traduttori nostrani) italianizzato in Arcibaldo ha avuto a che fare con la nascita di The Jeffersons, che a sua volta regalarono popolarità alla domestica Florence, per poi portare al suo Checking in.
E alzi la mano chi ha mai visto la moglie del tenente Colombo (chiaro sintomo di come l'assenza possa diventare narcisismo) nella serie minore passata anche in Italia (e io ho pure un amico di nome Michele, del quale non ho mai visto la moglie e lui me ne parla sempre e comunque).

http://www.youtube.com/watch?v=SveZ6eS-H4s


PUNTATE PILOTA

Quindici stagioni per mostrare, decidere, valutare che fine avrebbero fatto i Medici (non quelli di Firenze) ma quelli di E.R., quelli di Crichton e Spielberg, regista che ha preferito portare al cinema i dinosauri anziché il dottor Carter.
Sia le “serie” (Happy Days è una serie, per le sue puntate auto-conclusive, per la sua assenza di una marcata evoluzione psicologica dei personaggi, per le sue guest-stars che aumentano lo splendore della singola puntata) che i “serial” (nei quali i personaggi evolvono fino... a morire) nascono letteralmente dal pilot, dall'episodio pilota, il numero zero per intenderci. Dicevo: i pilot nascono per decidere, stabilire, valutare, attrarre sponsor, prendere la giusta rincorsa...
L'infermiera Carol Hathaway nel pilot di E.R. - parlare con un medico vero, i diffidenti - è clinicamente morta. Ma poi - guarda un po' - viene “risuscitata”.
Naturalmente, se avessi alzato la mano in sala, l'avrei fatto per parlare di Lost e di Jack Shepard. Ma, ve l'ho detto, il relatore era inappuntabile e allora lui ci ha subito parlato di Conan Doyle che viene costretto nel 1894 a “rispolverare” Sherlock, dopo averlo lasciato morire nel 1891 presso le cascate Reichenbach (quanto avrei voluto, di nuovo, intervenire per dire quanto tutta l'ultima stagione dello Sherlock BBC sia stata splendidamente improntata sul problema I will survive di ogni protagonista e del suo strutturale legame con l'antagonista davanti ad un pubblico che guarda e che giudica).
Insomma, certe tecniche nascono da lontano. Anche Stephen King lo sapeva bene, credo. L'apporto co-autoriale del pubblico non ha insomma origini recenti e da sempre la narrazione subisce varianti a seconda dell'uditorio o del contesto sociale.
E stiamo inoltre attenti a non mescolare, e quindi a falsare, i ricordi.
Star Trek, serie tv nata negli anni Sessanta, ha generato film per il cinema più o meno recenti e diversi seguiti, ma i primi tre anni di passaggi televisivi non riscossero neanche lontanamente tutto il successo seguente.
Il pubblico, insomma, si impadronisce e trasforma l'opera da molto più tempo di quanto comunemente si pensi. In fondo ci sono aspetti narrativi, una volta toccati certi tasti, dei quali, in qualche modo, l'autore finisce per perdere il controllo.
Ma gli autori “non sono nati domani” - come diceva spesso un ruspante sacerdote ai tempi del mio servizio civile - ed essi hanno imparato (da tempo) a fidelizzare (per tempo) il pubblico verso una nuova opzione narrativa: eccovi servito il cosiddetto back door pilot, che con poca spesa anima tante speranze e attese, aprendo una nuova linea narrativa ai personaggi minori.
Molto meglio, tutto sommato, del cross-over, che spesso finisce per sapere di posticcio... con la signora Fletcher che cammina sulla spiaggia con Magnum P.I.


Voi che ne pensate?


IN CONCLUSIONE: TENIAMOCI LE MANI LIBERE

In conclusione teniamoci le mani libere, ma senza esagerare.
Il sogno di Bobby in Dallas rimane memorabile, quasi a resettare addirittura un'intera stagione: scusate, avevamo scherzato, era tutto un sogno!
Al bando gli eccessi della risurrezione, che in realtà è il problema di contratti più o meno rinnovati: quando si dice... le contingenze! E io, così, ho subito pensato allo sciopero degli sceneggiatori americani di qualche stagione fa, sciopero che ha lasciato i segni su più di qualche sceneggiatura.
Pensate, infine, al problema di non svelare un finale, di evitare la fuga di notizie, un po' come le intercettazioni telefoniche o i fascicoli secretati: già da molti anni è invalsa la pratica di girare più finali...

... più



... o meno seri.



Come dicevo, teniamoci le mani libere per andare il più avanti possibile (con le stagioni).
Ma senza navigare troppo a vista: X-files docet.


P.S. IL LETTO DI PROCUSTE

Godetevi infine, al pari di noi corsisti (l'ho trovato solo in inglese) Poison (sempre “coerentemente tradotto” con “Un peso sullo stomaco”).


Sono ventitré minuti (giusto quello deve durare una puntata, per non scalcagnare il palinsesto!) di Alfred Hitchcok, tanto per chiudere riflettendo sulle differenze tra il cinema e lo specifico televisivo (specifico che forse raggiunge il suo apice nella diretta: e io, infatti, ho recentemente passato una notte quasi insonne a vedere il Superbowl numero XLVII).
In questa bellissima serie antologica di Sir Hitch (come fantastica lo fu, in altri ambiti e per altri versi, “Twilight zone” – “Ai confini della realtà”, a volte ci azzeccano nelle traduzioni gli italiani) si incarna la “mitica” idea del letto di Procuste, del tagliare su misura.
Avere dei vincoli? No!? Ma a meglio pensarci, forse si!
La libertà, anche artistica, nasce proprio dandosi (gerundio che il mio “pio” professore del liceo aborriva) delle regole.

Serie TV1: UN PROFILO STORICO DELLA SERIALITA’ TELEVISIVA



Varcato per primo il portone del Centro Audiovisivi di Verona, ho partecipato con grandi attese all’esordio del ciclo di incontri dedicato alla serialità televisiva americana.
La serata, a carattere introduttivo, è stata dedicata dal relatore prof. Cristiano Dal Pozzo, docente dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia/Mestre, alla delineazione di un profilo storico del prodotto seriale. Per chi fosse interessato ho raccolto e rielaborato i miei appunti.


LE SERIE SONO VIVE, VIVA LE SERIE
Ora che la serialità televisiva vive di buona salute, tanto da essere rivalutata anche dalla critica colta, è bene guardare ad un passato altrettanto degno, nel quale da sempre il prodotto seriale è stato capace di riempire i palinsesti con première e repliche, ereditando (in quanto a SERIALITA’) una struttura e una filosofia di vita, già acclarate nelle strutture della radio e del fumetto, come del resto anche nel prodotto cinematografico, il cui DNA è stato forgiato dall’incontro tra il fordismo e l’industria hollywoodiana (fin dagli anni ’20).
Per non parlare dei più recenti sviluppi seriali, con i moltissimi possibili livelli di fruizione, in cui tutti (ma proprio tutti) i media sono stati investiti, nel segno di una partecipazione sempre più attiva degli spettatori.

TORNARE BAMBINI
Come un bambino, il piacere della serie è quello di godere di uno schema narrativo che ritorna costante.
L’autore scompone e ricompone per noi il filo del racconto, attuando una scrittura episodica e frammentata.
Già lo si faceva con il romanzo a puntate del secondo Ottocento (stile feuilleton), cavalcando già allora il work in progress, lo scrivere in fieri della stampa popolare, sfoderando una linea narrativa non chiusa e prestabilita: ecco come è "nata" la narrazione interrotta, un vero e proprio cliff hanger ante-litteram.
Inoltre, già per gli scritti di Hugo, Dickens (1836, Il circolo Pickwick), Dumas ed Eugène Sue venivano organizzate delle letture collettive, considerato oltretutto il basso tasso di alfabetizzazione del pubblico, e quindi di fruibilità dei libri.
Ed ora, come ieri sera, godiamoci ora tutta una serie in sei minuti…

CATTURARE IL CATTIVO? NO, LO SPETTATORE!
Rievocate poi piccole gemme come Yellow Kid, che hanno fatto nascere la serialità nel fumetto, o i fotoromanzi dei primi  anni’40, la nostra attenzione si è spostata sul cinema, che ha codificato e trasmesso l’idea (fondamentale!) della cattura del pubblico, anche attraverso lo sfruttamento delle tecniche pubblicitarie, fino a spingersi verso il divismo e verso una vera e propria industrializzazione della produzione.
Lo spettatore è colui al quale (e per il quale) è caro (ed è rivolto ) il (nuovo per l'epoca) concetto di genere.
Certo, in quanto a fruizione di massa, bisogna fare i conti anche con la storia della radio, che, specialmente in America, paese nel quale essa è strettamente incardinata sulla pubblicità, gli inserzionisti paganti hanno da tempo individuato precisi target di ascolto.
Ieri sera ho imparato che la Soap-Opera ha a che fare con l’industria delle saponette e che Sentieri (or. The Guilding Light, 1937) ha ben settant’anni di vita, essendo poi definitivamente migrata sul piccolo schermo.

CAPIAMOCI SU(ALCUN)I TERMINI
Dato che oggi la mescolanza la fa sempre più da padrone, proviamo a mettere dei (piccoli) paletti, che poi tanto dovremo togliere, perché quasi tutti questi orizzonti sono ormai ibridati. Ci provo…
SAGA: è il racconto infinito che procede in sequenza.
TV SERIAL: è un racconto seriale del quale si specifica sempre il genere. Articolato in un numero variabile di puntate concatenate, può essere CONTINOUS SERIAL (la soap-operaDallas, la telenovela Anche i ricchi piangono) oppure MINI SERIAL (le poche puntate di Radici). Siamo nell’orbita della saga.
TELEFILM: sono propriamente i tv movies, che si articolano su poche puntate, a budget più basso e con intenti più propriamente didascalici.
SERIE: è il racconto con al centro lo stesso protagonista/oggetto. Presenta segmenti autoconclusi(vi). Articolata in stagioni, si presenta come SERIE ANTOLOGICA (1959-1964, Ai confini della realtà), come SIT-COM, la commedia di situazione nei classici tre atti (Friends), o come SERIE propriamente detta (Il Tenente Colombo). Nelle Serie, soap e fiction tendono sempre di più a mescolarsi; inoltre, oramai da molti anni, abbiamo familiarizzato anche con altre pratiche quali gli episodi doppi.
STRUTTURA A IMBUTO: ormai un classico, nata dall’incontro tra tecnica televisiva e stile hollywoodiano, da sempre ci introduce alle nostre amate visioni. Inquadratura totale, inquadratura soggettiva, campo/controcampo: signori, il telefilm è servito!
CROSS OVER: è lo scambio tra i protagonisti di serie tv diverse.
SPIN OFF: molto dopo la Genesi, la storia della costola si ripete e una serie nasce da un’altra serie.

SVILUPPI PIU’ RECENTI
Chi vi scrive, ed ora si congeda, è di parte. Nel 2004 scoppia la Lost Mania e pur non essendo mai stato reclutato dalla Dharma ho però un po’ subito gli influssi della meta-fiction, fino ai livelli più spinti.
Il mondo telefilmico di oggi è non a caso popolato dai videogiochi costruiti sugli ampliamenti delle serie, sugli adattamenti locali (in senso geografico) del concept di una serie, sul prolungamento e sulla dispersione mediale (leggi mobisodes, webisodes, minisodes).

Attenzione, infine, ai fan più accaniti: la portano avanti loro la serie!